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    <title>Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri </title>
    <link>https://appunti.substack.com/</link>
    <language>it</language>
    <copyright>Copyright Stefano Feltri</copyright>
    <description>Appunti è il progetto editoriale indipendente curato da Stefano Feltri che offre analisi, approfondimenti e inchieste realizzati insieme a giornalisti, esperti e scrittori.

Nella versione podcast trovate le conversazioni con ospiti italiani e internazionali, la versione audio dei corsi di Appunti e di Appunti di Geopolitica, oltre a brevi episodi dedicati ai libri di saggistica più interessanti e utili per capire l’attualità.



Appunti è un progetto di informazione indipendente, sostenuto soltanto dalle sue lettrici e lettori. Se pensi che sia importante, abbonati o regala un abbonamento a qualcuno a cui tieni </description>
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    <itunes:subtitle>Le analisi geopolitiche che servono per capire quello che succede - Un podcast di Appunti</itunes:subtitle>
    <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
    <itunes:summary>Appunti è il progetto editoriale indipendente curato da Stefano Feltri che offre analisi, approfondimenti e inchieste realizzati insieme a giornalisti, esperti e scrittori.

Nella versione podcast trovate le conversazioni con ospiti italiani e internazionali, la versione audio dei corsi di Appunti e di Appunti di Geopolitica, oltre a brevi episodi dedicati ai libri di saggistica più interessanti e utili per capire l’attualità.



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      <![CDATA[<p><a href="https://appunti.substack.com/"><strong>Appunti</strong></a> è il progetto editoriale indipendente curato da <a href="https://appunti.substack.com/about"><strong>Stefano Feltri</strong> </a>che offre analisi, approfondimenti e inchieste realizzati insieme a giornalisti, esperti e scrittori.</p>
<p>Nella versione podcast trovate le conversazioni con ospiti italiani e internazionali, la versione audio dei corsi di <em>Appunti</em> e di <a href="https://appunti.substack.com/s/appunti-di-geopolitica"><em>Appunti di Geopolitica</em>,</a> oltre a brevi episodi dedicati ai libri di saggistica più interessanti e utili per capire l’attualità.</p>
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<p><strong>Appunti è un progetto di informazione indipendente, sostenuto soltanto dalle sue lettrici e lettori. Se pensi che sia importante, a</strong><a href="https://appunti.substack.com/subscribe?gift=true"><strong>bbonati o regala un abbonamento a qualcuno a cui tieni </strong></a></p>]]>
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      <title> I limiti del G2 Trump-Xi</title>
      <description>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.



Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo. Questa settimana partecipa anche l’analista Rita Borriello.

In questo episodio:


  
G2 – Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping non produce una nuova governance mondiale: mostra piuttosto una Cina che sfrutta il caos americano e Stati Uniti incapaci di definire una linea coerente.



  
Taiwan – Pechino riporta Taiwan al centro senza bisogno di minacciare subito un attacco. Il silenzio americano diventa già un avanzamento politico: l’ambiguità strategica di Washington appare sempre più svuotata.



  
Cina – La prevedibilità cinese diventa un vantaggio comparato. In un mondo in cui gli Stati Uniti cambiano posizione di continuo, Pechino appare l’attore con cui almeno si può negoziare.



  
Russia – L’idea di un’alleanza paritaria tra Cina e Russia è fuorviante. Mosca è sempre più dipendente da Pechino e la guerra in Ucraina ha ridotto drasticamente le sue carte.



  
Europa – L’Unione europea cerca una linea più dura sulla Cina, ma resta divisa tra paesi che temono la concorrenza industriale e paesi che vogliono attrarre investimenti cinesi.



  
Nato – La Nato resta in piedi solo se l’articolo 5 è credibile. Se gli Stati Uniti fanno capire che non difenderebbero davvero un alleato, l’Alleanza diventa un guscio vuoto.



  
Terrorismo – Gaza e Iran non hanno riattivato il terrorismo islamista globale come molti temevano. La dinamica dominante appare oggi più nazionalista che religiosa.



  
Groenlandia – L’interesse per la Groenlandia riguarda rotte artiche, posizione strategica e terre rare. Con Hormuz instabile, ogni rotta alternativa diventa più rilevante.



  
Diplomazia – Iran e Ucraina dovranno comunque passare da soluzioni diplomatiche, ma la diplomazia è sempre più improvvisata, affidata a mediatori contingenti e non a istituzioni solide.



Per approfondire, leggi Appunti




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      <pubDate>Tue, 19 May 2026 19:55:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.



Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo. Questa settimana partecipa anche l’analista Rita Borriello.

In questo episodio:


  
G2 – Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping non produce una nuova governance mondiale: mostra piuttosto una Cina che sfrutta il caos americano e Stati Uniti incapaci di definire una linea coerente.



  
Taiwan – Pechino riporta Taiwan al centro senza bisogno di minacciare subito un attacco. Il silenzio americano diventa già un avanzamento politico: l’ambiguità strategica di Washington appare sempre più svuotata.



  
Cina – La prevedibilità cinese diventa un vantaggio comparato. In un mondo in cui gli Stati Uniti cambiano posizione di continuo, Pechino appare l’attore con cui almeno si può negoziare.



  
Russia – L’idea di un’alleanza paritaria tra Cina e Russia è fuorviante. Mosca è sempre più dipendente da Pechino e la guerra in Ucraina ha ridotto drasticamente le sue carte.



  
Europa – L’Unione europea cerca una linea più dura sulla Cina, ma resta divisa tra paesi che temono la concorrenza industriale e paesi che vogliono attrarre investimenti cinesi.



  
Nato – La Nato resta in piedi solo se l’articolo 5 è credibile. Se gli Stati Uniti fanno capire che non difenderebbero davvero un alleato, l’Alleanza diventa un guscio vuoto.



  
Terrorismo – Gaza e Iran non hanno riattivato il terrorismo islamista globale come molti temevano. La dinamica dominante appare oggi più nazionalista che religiosa.



  
Groenlandia – L’interesse per la Groenlandia riguarda rotte artiche, posizione strategica e terre rare. Con Hormuz instabile, ogni rotta alternativa diventa più rilevante.



  
Diplomazia – Iran e Ucraina dovranno comunque passare da soluzioni diplomatiche, ma la diplomazia è sempre più improvvisata, affidata a mediatori contingenti e non a istituzioni solide.



Per approfondire, leggi Appunti




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        <![CDATA[<p>L’appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong> con<strong> Stefano Feltri</strong> e <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
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<p>Con l’aiuto di <strong>Giulia Shaughnessy</strong>, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo. Questa settimana partecipa anche l’analista <strong>Rita Borriello.</strong></p>
<p>In questo episodio:</p>
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<p><strong>G2</strong> – Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping non produce una nuova governance mondiale: mostra piuttosto una Cina che sfrutta il caos americano e Stati Uniti incapaci di definire una linea coerente.</p>
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<p><strong>Taiwan</strong> – Pechino riporta Taiwan al centro senza bisogno di minacciare subito un attacco. Il silenzio americano diventa già un avanzamento politico: l’ambiguità strategica di Washington appare sempre più svuotata.</p>
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<p><strong>Cina</strong> – La prevedibilità cinese diventa un vantaggio comparato. In un mondo in cui gli Stati Uniti cambiano posizione di continuo, Pechino appare l’attore con cui almeno si può negoziare.</p>
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<p><strong>Russia</strong> – L’idea di un’alleanza paritaria tra Cina e Russia è fuorviante. Mosca è sempre più dipendente da Pechino e la guerra in Ucraina ha ridotto drasticamente le sue carte.</p>
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<p><strong>Europa</strong> – L’Unione europea cerca una linea più dura sulla Cina, ma resta divisa tra paesi che temono la concorrenza industriale e paesi che vogliono attrarre investimenti cinesi.</p>
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<p><strong>Nato</strong> – La Nato resta in piedi solo se l’articolo 5 è credibile. Se gli Stati Uniti fanno capire che non difenderebbero davvero un alleato, l’Alleanza diventa un guscio vuoto.</p>
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<p><strong>Terrorismo</strong> – Gaza e Iran non hanno riattivato il terrorismo islamista globale come molti temevano. La dinamica dominante appare oggi più nazionalista che religiosa.</p>
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<p><strong>Groenlandia</strong> – L’interesse per la Groenlandia riguarda rotte artiche, posizione strategica e terre rare. Con Hormuz instabile, ogni rotta alternativa diventa più rilevante.</p>
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<p><strong>Diplomazia</strong> – Iran e Ucraina dovranno comunque passare da soluzioni diplomatiche, ma la diplomazia è sempre più improvvisata, affidata a mediatori contingenti e non a istituzioni solide.</p>
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<p>Per approfondire, leggi <a href="https://appunti.substack.com/"><strong>Appunti</strong></a></p>
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      <title>Stati Uniti - Cina: La grande spartizione del mondo</title>
      <description>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:






  
Vertice – Donald Trump e Xi Jinping arrivano al vertice in condizioni molto diverse: gli Stati Uniti sono indeboliti dalla perdita di credibilità e dalla crisi con l’Iran; la Cina appare invece rafforzata dagli errori americani e dalla propria immagine di attore più prevedibile.



  
Trump – La strategia americana verso la Cina resta ambigua: da un lato il contenimento commerciale, dall’altro l’idea di una spartizione del mondo in sfere d’influenza tra Stati Uniti, Cina e Russia. Questa oscillazione indebolisce Washington.



  
Cina – Pechino ragiona su tempi lunghi: Taiwan, il 2049, la proiezione marittima, la stabilità commerciale. Trump invece appare concentrato sul breve periodo e sulle elezioni di metà mandato.



  
Europa – L’Europa non può più considerarsi automaticamente allineata agli Stati Uniti contro la Cina. Se Washington e Pechino litigano, subisce l’instabilità; se trovano un’intesa, rischia di finire “sul menù”.



  
Transizione – La Cina è ormai indispensabile per la transizione ecologica: batterie, rinnovabili, elettrificazione, riduzione dei costi. Per l’Europa diventa difficile seguire la linea protezionista americana.



  
Taiwan – Taiwan è il perno della proiezione marittima cinese: controllarla significherebbe rompere la prima catena di isole che limita l’accesso di Pechino al Pacifico e all’Oceano Indiano.



  
Giappone – Il riarmo giapponese nasce dal timore che una Cina dominante su Taiwan possa controllare il Mar Cinese orientale. Il disimpegno americano spinge Tokyo a rafforzarsi.



  
Hormuz – Se l’Iran riuscisse a imporre un pedaggio sullo stretto di Hormuz, creerebbe un precedente globale per tutti i colli di bottiglia marittimi, da Malacca in poi.



  
Russia – Mosca continua a minacciare, ma appare debole. La parata per la vittoria sovietica e le tensioni con l’Armenia segnalano più difficoltà che forza.



  
Ucraina – La Russia non può davvero vincere, ma l’Ucraina difficilmente recupererà tutti i territori occupati. Un accordo richiederebbe un cambiamento politico o internazionale.









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      <pubDate>Tue, 12 May 2026 20:15:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:






  
Vertice – Donald Trump e Xi Jinping arrivano al vertice in condizioni molto diverse: gli Stati Uniti sono indeboliti dalla perdita di credibilità e dalla crisi con l’Iran; la Cina appare invece rafforzata dagli errori americani e dalla propria immagine di attore più prevedibile.



  
Trump – La strategia americana verso la Cina resta ambigua: da un lato il contenimento commerciale, dall’altro l’idea di una spartizione del mondo in sfere d’influenza tra Stati Uniti, Cina e Russia. Questa oscillazione indebolisce Washington.



  
Cina – Pechino ragiona su tempi lunghi: Taiwan, il 2049, la proiezione marittima, la stabilità commerciale. Trump invece appare concentrato sul breve periodo e sulle elezioni di metà mandato.



  
Europa – L’Europa non può più considerarsi automaticamente allineata agli Stati Uniti contro la Cina. Se Washington e Pechino litigano, subisce l’instabilità; se trovano un’intesa, rischia di finire “sul menù”.



  
Transizione – La Cina è ormai indispensabile per la transizione ecologica: batterie, rinnovabili, elettrificazione, riduzione dei costi. Per l’Europa diventa difficile seguire la linea protezionista americana.



  
Taiwan – Taiwan è il perno della proiezione marittima cinese: controllarla significherebbe rompere la prima catena di isole che limita l’accesso di Pechino al Pacifico e all’Oceano Indiano.



  
Giappone – Il riarmo giapponese nasce dal timore che una Cina dominante su Taiwan possa controllare il Mar Cinese orientale. Il disimpegno americano spinge Tokyo a rafforzarsi.



  
Hormuz – Se l’Iran riuscisse a imporre un pedaggio sullo stretto di Hormuz, creerebbe un precedente globale per tutti i colli di bottiglia marittimi, da Malacca in poi.



  
Russia – Mosca continua a minacciare, ma appare debole. La parata per la vittoria sovietica e le tensioni con l’Armenia segnalano più difficoltà che forza.



  
Ucraina – La Russia non può davvero vincere, ma l’Ucraina difficilmente recupererà tutti i territori occupati. Un accordo richiederebbe un cambiamento politico o internazionale.









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        <![CDATA[<p>L’appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong> con<strong> Stefano Feltri</strong> e <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p>Con l’aiuto di <strong>Giulia Shaughnessy</strong>, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.</p>
<p>In questo episodio:</p>
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<p><strong>Vertice</strong> – Donald Trump e Xi Jinping arrivano al vertice in condizioni molto diverse: gli Stati Uniti sono indeboliti dalla perdita di credibilità e dalla crisi con l’Iran; la Cina appare invece rafforzata dagli errori americani e dalla propria immagine di attore più prevedibile.</p>
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<p><strong>Trump</strong> – La strategia americana verso la Cina resta ambigua: da un lato il contenimento commerciale, dall’altro l’idea di una spartizione del mondo in sfere d’influenza tra Stati Uniti, Cina e Russia. Questa oscillazione indebolisce Washington.</p>
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<p><strong>Cina</strong> – Pechino ragiona su tempi lunghi: Taiwan, il 2049, la proiezione marittima, la stabilità commerciale. Trump invece appare concentrato sul breve periodo e sulle elezioni di metà mandato.</p>
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<p><strong>Europa</strong> – L’Europa non può più considerarsi automaticamente allineata agli Stati Uniti contro la Cina. Se Washington e Pechino litigano, subisce l’instabilità; se trovano un’intesa, rischia di finire “sul menù”.</p>
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<p><strong>Transizione</strong> – La Cina è ormai indispensabile per la transizione ecologica: batterie, rinnovabili, elettrificazione, riduzione dei costi. Per l’Europa diventa difficile seguire la linea protezionista americana.</p>
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<p><strong>Taiwan</strong> – Taiwan è il perno della proiezione marittima cinese: controllarla significherebbe rompere la prima catena di isole che limita l’accesso di Pechino al Pacifico e all’Oceano Indiano.</p>
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<p><strong>Giappone</strong> – Il riarmo giapponese nasce dal timore che una Cina dominante su Taiwan possa controllare il Mar Cinese orientale. Il disimpegno americano spinge Tokyo a rafforzarsi.</p>
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<p><strong>Hormuz</strong> – Se l’Iran riuscisse a imporre un pedaggio sullo stretto di Hormuz, creerebbe un precedente globale per tutti i colli di bottiglia marittimi, da Malacca in poi.</p>
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<p><strong>Russia</strong> – Mosca continua a minacciare, ma appare debole. La parata per la vittoria sovietica e le tensioni con l’Armenia segnalano più difficoltà che forza.</p>
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<p><strong>Ucraina</strong> – La Russia non può davvero vincere, ma l’Ucraina difficilmente recupererà tutti i territori occupati. Un accordo richiederebbe un cambiamento politico o internazionale.</p>
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      <title> La trappola di Hormuz e la tregua in Iran che non c'è </title>
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      <description>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:


  
Hormuz – La crisi nello stretto di Hormuz mostra il limite dell’analisi razionale: Iran e Stati Uniti avrebbero entrambi interesse a chiudere la partita, ma continuano a muoversi in una dinamica di escalation e bluff. Washington promette di garantire il passaggio delle navi con Project Freedom, ma il rischio di mine e attacchi rende la garanzia poco credibile.



  
Tregua – Il fatto che attacchi iraniani a navi americane non vengano considerati da Washington una violazione della tregua indica soprattutto la volontà statunitense di evitare una ripresa aperta del conflitto. Se quella non è una rottura della tregua, diventa difficile capire cosa lo sarebbe.



  
Iran – Teheran appare convinta che gli Stati Uniti siano con le spalle al muro e prova ad alzare il prezzo negoziale. Una soluzione che riconoscesse anche solo implicitamente all’Iran la capacità di condizionare il traffico nello stretto sarebbe già presentabile come una vittoria. Ma la fragilità militare, economica e interna del regime resta molto forte.



  
Stati Uniti – L’amministrazione Trump è intrappolata in una guerra che non voleva davvero prolungare e che non riesce a chiudere. L’ipotesi che Washington aspetti una provocazione iraniana per riaprire il conflitto è dubbia: ripartire significherebbe tornare a una situazione già sfavorevole agli Stati Uniti e probabilmente aggravarla.



  
Israele – Israele resta un attore centrale anche quando scompare dal racconto pubblico della crisi. Gli Stati Uniti sembrano ormai vedere Benjamin Netanyahu più come un problema che come una risorsa, dopo essersi lasciati trascinare in un conflitto che non si è rivelato rapido né semplice.



  
Libano – La distinzione tra tregua e guerra si è svuotata: Israele continua a colpire nel sud del Libano pur sostenendo di rispettare il cessate il fuoco. La tregua è diventata, di fatto, un regime di bassa intensità in cui le operazioni militari continuano senza più provocare particolare scandalo.



  
Emirati – Gli Emirati Arabi Uniti sono ormai parte dell’ecosistema strategico di Israele. L’attacco iraniano agli Emirati va letto dentro una ridefinizione regionale più ampia: gli Emirati si allontanano dall’Arabia Saudita, escono dall’Opec e rafforzano la loro proiezione autonoma, anche attraverso l’asse con Israele.



  
Ucraina – La guerra in Iran riduce la capacità di Donald Trump di forzare una soluzione favorevole a Vladimir Putin in Ucraina. Trump può permettersi difficilmente di apparire sconfitto su due fronti: cedere a Mosca mentre è impantanato con Teheran indebolirebbe ulteriormente la sua posizione.



  
Europa – Il vertice della Comunità politica europea a Yerevan segnala un tentativo di costruire una rete più ampia attorno all’Unione europea, includendo Regno Unito, Canada e paesi post-sovietici. La scelta dell’Armenia ha un valore simbolico forte: è un’ex repubblica sovietica abbandonata dalla Russia.



  
Armenia – La presenza europea a Yerevan indica la possibilità per l’Europa di occupare spazi lasciati vuoti da Mosca e non riempiti da Washington. L’Armenia, delusa dalla Russia dopo la sconfitta con l’Azerbaigian, diventa un simbolo della crisi dell’influenza russa nel suo spazio più vicino.




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      <pubDate>Tue, 05 May 2026 20:03:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title> La trappola di Hormuz e la tregua in Iran che non c'è </itunes:title>
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Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:


  
Hormuz – La crisi nello stretto di Hormuz mostra il limite dell’analisi razionale: Iran e Stati Uniti avrebbero entrambi interesse a chiudere la partita, ma continuano a muoversi in una dinamica di escalation e bluff. Washington promette di garantire il passaggio delle navi con Project Freedom, ma il rischio di mine e attacchi rende la garanzia poco credibile.



  
Tregua – Il fatto che attacchi iraniani a navi americane non vengano considerati da Washington una violazione della tregua indica soprattutto la volontà statunitense di evitare una ripresa aperta del conflitto. Se quella non è una rottura della tregua, diventa difficile capire cosa lo sarebbe.



  
Iran – Teheran appare convinta che gli Stati Uniti siano con le spalle al muro e prova ad alzare il prezzo negoziale. Una soluzione che riconoscesse anche solo implicitamente all’Iran la capacità di condizionare il traffico nello stretto sarebbe già presentabile come una vittoria. Ma la fragilità militare, economica e interna del regime resta molto forte.



  
Stati Uniti – L’amministrazione Trump è intrappolata in una guerra che non voleva davvero prolungare e che non riesce a chiudere. L’ipotesi che Washington aspetti una provocazione iraniana per riaprire il conflitto è dubbia: ripartire significherebbe tornare a una situazione già sfavorevole agli Stati Uniti e probabilmente aggravarla.



  
Israele – Israele resta un attore centrale anche quando scompare dal racconto pubblico della crisi. Gli Stati Uniti sembrano ormai vedere Benjamin Netanyahu più come un problema che come una risorsa, dopo essersi lasciati trascinare in un conflitto che non si è rivelato rapido né semplice.



  
Libano – La distinzione tra tregua e guerra si è svuotata: Israele continua a colpire nel sud del Libano pur sostenendo di rispettare il cessate il fuoco. La tregua è diventata, di fatto, un regime di bassa intensità in cui le operazioni militari continuano senza più provocare particolare scandalo.



  
Emirati – Gli Emirati Arabi Uniti sono ormai parte dell’ecosistema strategico di Israele. L’attacco iraniano agli Emirati va letto dentro una ridefinizione regionale più ampia: gli Emirati si allontanano dall’Arabia Saudita, escono dall’Opec e rafforzano la loro proiezione autonoma, anche attraverso l’asse con Israele.



  
Ucraina – La guerra in Iran riduce la capacità di Donald Trump di forzare una soluzione favorevole a Vladimir Putin in Ucraina. Trump può permettersi difficilmente di apparire sconfitto su due fronti: cedere a Mosca mentre è impantanato con Teheran indebolirebbe ulteriormente la sua posizione.



  
Europa – Il vertice della Comunità politica europea a Yerevan segnala un tentativo di costruire una rete più ampia attorno all’Unione europea, includendo Regno Unito, Canada e paesi post-sovietici. La scelta dell’Armenia ha un valore simbolico forte: è un’ex repubblica sovietica abbandonata dalla Russia.



  
Armenia – La presenza europea a Yerevan indica la possibilità per l’Europa di occupare spazi lasciati vuoti da Mosca e non riempiti da Washington. L’Armenia, delusa dalla Russia dopo la sconfitta con l’Azerbaigian, diventa un simbolo della crisi dell’influenza russa nel suo spazio più vicino.




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      <content:encoded>
        <![CDATA[<p>L’appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong> con<strong> Stefano Feltri</strong> e <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p>Con l’aiuto di <strong>Giulia Shaughnessy</strong>, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.</p>
<p>In questo episodio:</p>
<ul>
  <li>
<p><strong>Hormuz</strong> – La crisi nello stretto di Hormuz mostra il limite dell’analisi razionale: Iran e Stati Uniti avrebbero entrambi interesse a chiudere la partita, ma continuano a muoversi in una dinamica di escalation e bluff. Washington promette di garantire il passaggio delle navi con Project Freedom, ma il rischio di mine e attacchi rende la garanzia poco credibile.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Tregua</strong> – Il fatto che attacchi iraniani a navi americane non vengano considerati da Washington una violazione della tregua indica soprattutto la volontà statunitense di evitare una ripresa aperta del conflitto. Se quella non è una rottura della tregua, diventa difficile capire cosa lo sarebbe.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Iran</strong> – Teheran appare convinta che gli Stati Uniti siano con le spalle al muro e prova ad alzare il prezzo negoziale. Una soluzione che riconoscesse anche solo implicitamente all’Iran la capacità di condizionare il traffico nello stretto sarebbe già presentabile come una vittoria. Ma la fragilità militare, economica e interna del regime resta molto forte.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Stati Uniti</strong> – L’amministrazione Trump è intrappolata in una guerra che non voleva davvero prolungare e che non riesce a chiudere. L’ipotesi che Washington aspetti una provocazione iraniana per riaprire il conflitto è dubbia: ripartire significherebbe tornare a una situazione già sfavorevole agli Stati Uniti e probabilmente aggravarla.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Israele</strong> – Israele resta un attore centrale anche quando scompare dal racconto pubblico della crisi. Gli Stati Uniti sembrano ormai vedere Benjamin Netanyahu più come un problema che come una risorsa, dopo essersi lasciati trascinare in un conflitto che non si è rivelato rapido né semplice.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Libano</strong> – La distinzione tra tregua e guerra si è svuotata: Israele continua a colpire nel sud del Libano pur sostenendo di rispettare il cessate il fuoco. La tregua è diventata, di fatto, un regime di bassa intensità in cui le operazioni militari continuano senza più provocare particolare scandalo.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Emirati</strong> – Gli Emirati Arabi Uniti sono ormai parte dell’ecosistema strategico di Israele. L’attacco iraniano agli Emirati va letto dentro una ridefinizione regionale più ampia: gli Emirati si allontanano dall’Arabia Saudita, escono dall’Opec e rafforzano la loro proiezione autonoma, anche attraverso l’asse con Israele.</p>
</li>
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<p><strong>Ucraina</strong> – La guerra in Iran riduce la capacità di Donald Trump di forzare una soluzione favorevole a Vladimir Putin in Ucraina. Trump può permettersi difficilmente di apparire sconfitto su due fronti: cedere a Mosca mentre è impantanato con Teheran indebolirebbe ulteriormente la sua posizione.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Europa</strong> – Il vertice della Comunità politica europea a Yerevan segnala un tentativo di costruire una rete più ampia attorno all’Unione europea, includendo Regno Unito, Canada e paesi post-sovietici. La scelta dell’Armenia ha un valore simbolico forte: è un’ex repubblica sovietica abbandonata dalla Russia.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Armenia</strong> – La presenza europea a Yerevan indica la possibilità per l’Europa di occupare spazi lasciati vuoti da Mosca e non riempiti da Washington. L’Armenia, delusa dalla Russia dopo la sconfitta con l’Azerbaigian, diventa un simbolo della crisi dell’influenza russa nel suo spazio più vicino.</p>
</li>
</ul><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Appunti di Geopolitica Live - Geopolitica da tempo di guerra</title>
      <description>In questa conversazione con Manlio Graziano, a partire dal suo nuovo libro Come si va in guerra (Mondadori), la geopolitica viene presentata non come sinonimo generico di politica internazionale, ma come metodo per leggere gli ostacoli concreti all’azione politica: geografia, economia, istituzioni, storia, tradizioni, paure collettive. 

In un mondo attraversato da guerre, riarmo, crisi dell’egemonia americana e disordine globale, l’obiettivo non è prevedere tutto, ma capire quali dinamiche profonde rendono alcune crisi meno improvvise di quanto sembrino.


  
La geopolitica serve a capire i vincoli, non a giustificare il determinismo. Graziano spiega che gli Stati, come gli individui, agiscono dentro limiti materiali: la geografia della Russia, la centralità degli sbocchi marittimi, la forza economica degli Stati Uniti, la chiusura dei mercati. Ma questi fattori non producono automaticamente gli eventi: i leader contano soprattutto nelle forme, meno nella sostanza. Trump, Putin o Netanyahu sono letti come prodotti di crisi profonde più che come cause isolate.



  
La guerra nasce dall’incrocio tra interessi, errori di calcolo e psicologia collettiva. Il libro smonta l’idea che le guerre comincino con un singolo evento scatenante. Le società si dicono pacifiste in tempo di pace, ma quando percepiscono una minaccia si rifugiano nel gruppo e trasformano la paura in patriottismo. La propaganda funziona perché trova un terreno fertile: non crea da sola il consenso, ma trasforma il bisogno di protezione in eroismo e il nemico in una figura assoluta.



  
Il riarmo europeo è una risposta a un mondo più insicuro, ma il dibattito resta povero. Per Graziano, il riarmo non porta automaticamente alla guerra: durante la guerra fredda produsse deterrenza, non conflitto diretto. Il vero nodo è il disimpegno americano e l’incapacità europea di discutere seriamente quali minacce affrontare, con quali strumenti e a quali costi sociali. A complicare tutto ci sono debiti pubblici enormi e crisi demografica: mancano sia i soldi sia, in prospettiva, le persone da mandare a combattere.



Per approfondire c'è Appunti




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      <pubDate>Thu, 30 Apr 2026 15:59:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>In questa conversazione con Manlio Graziano, a partire dal suo nuovo libro Come si va in guerra (Mondadori), la geopolitica viene presentata non come sinonimo generico di politica internazionale, ma come metodo per leggere gli ostacoli concreti all’azione politica: geografia, economia, istituzioni, storia, tradizioni, paure collettive. 

In un mondo attraversato da guerre, riarmo, crisi dell’egemonia americana e disordine globale, l’obiettivo non è prevedere tutto, ma capire quali dinamiche profonde rendono alcune crisi meno improvvise di quanto sembrino.


  
La geopolitica serve a capire i vincoli, non a giustificare il determinismo. Graziano spiega che gli Stati, come gli individui, agiscono dentro limiti materiali: la geografia della Russia, la centralità degli sbocchi marittimi, la forza economica degli Stati Uniti, la chiusura dei mercati. Ma questi fattori non producono automaticamente gli eventi: i leader contano soprattutto nelle forme, meno nella sostanza. Trump, Putin o Netanyahu sono letti come prodotti di crisi profonde più che come cause isolate.



  
La guerra nasce dall’incrocio tra interessi, errori di calcolo e psicologia collettiva. Il libro smonta l’idea che le guerre comincino con un singolo evento scatenante. Le società si dicono pacifiste in tempo di pace, ma quando percepiscono una minaccia si rifugiano nel gruppo e trasformano la paura in patriottismo. La propaganda funziona perché trova un terreno fertile: non crea da sola il consenso, ma trasforma il bisogno di protezione in eroismo e il nemico in una figura assoluta.



  
Il riarmo europeo è una risposta a un mondo più insicuro, ma il dibattito resta povero. Per Graziano, il riarmo non porta automaticamente alla guerra: durante la guerra fredda produsse deterrenza, non conflitto diretto. Il vero nodo è il disimpegno americano e l’incapacità europea di discutere seriamente quali minacce affrontare, con quali strumenti e a quali costi sociali. A complicare tutto ci sono debiti pubblici enormi e crisi demografica: mancano sia i soldi sia, in prospettiva, le persone da mandare a combattere.



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        <![CDATA[<p>In questa conversazione con Manlio Graziano, a partire dal suo nuovo libro <a href="https://www.amazon.it/Come-si-guerra-Manlio-Graziano/dp/8804805315"><em>Come si va in guerra</em> </a>(Mondadori), la geopolitica viene presentata non come sinonimo generico di politica internazionale, ma come metodo per leggere gli ostacoli concreti all’azione politica: geografia, economia, istituzioni, storia, tradizioni, paure collettive. </p>
<p>In un mondo attraversato da guerre, riarmo, crisi dell’egemonia americana e disordine globale, l’obiettivo non è prevedere tutto, ma capire quali dinamiche profonde rendono alcune crisi meno improvvise di quanto sembrino.</p>
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  <li>
<p><strong>La geopolitica serve a capire i vincoli, non a giustificare il determinismo.</strong> Graziano spiega che gli Stati, come gli individui, agiscono dentro limiti materiali: la geografia della Russia, la centralità degli sbocchi marittimi, la forza economica degli Stati Uniti, la chiusura dei mercati. Ma questi fattori non producono automaticamente gli eventi: i leader contano soprattutto nelle forme, meno nella sostanza. Trump, Putin o Netanyahu sono letti come prodotti di crisi profonde più che come cause isolate.</p>
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<p><strong>La guerra nasce dall’incrocio tra interessi, errori di calcolo e psicologia collettiva.</strong> Il libro smonta l’idea che le guerre comincino con un singolo evento scatenante. Le società si dicono pacifiste in tempo di pace, ma quando percepiscono una minaccia si rifugiano nel gruppo e trasformano la paura in patriottismo. La propaganda funziona perché trova un terreno fertile: non crea da sola il consenso, ma trasforma il bisogno di protezione in eroismo e il nemico in una figura assoluta.</p>
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<p><strong>Il riarmo europeo è una risposta a un mondo più insicuro, ma il dibattito resta povero.</strong> Per Graziano, il riarmo non porta automaticamente alla guerra: durante la guerra fredda produsse deterrenza, non conflitto diretto. Il vero nodo è il disimpegno americano e l’incapacità europea di discutere seriamente quali minacce affrontare, con quali strumenti e a quali costi sociali. A complicare tutto ci sono debiti pubblici enormi e crisi demografica: mancano sia i soldi sia, in prospettiva, le persone da mandare a combattere.</p>
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<p>Per approfondire c'è <a href="https://appunti.substack.com/">Appunti</a></p>
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</ul><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Iran e Vaticano, le due guerre che Trump sta perdendo</title>
      <description>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.





In questo episodio:


  
La guerra contro il Papa può costare più di quanto Trump immaginiLo scontro con Leone XIV non viene trattato come una provocazione passeggera, ma come un errore politico serio. Trump se la prende con una Chiesa cattolica che negli Stati Uniti non è una presenza marginale: è una rete sociale, educativa, sanitaria e territoriale con un peso reale. Per questo la sua offensiva contro il Vaticano rischia di diventare una delle guerre che non può vincere



  
I cattolici americani contano perché sono numerosi, organizzati e radicatiIl loro peso non dipende solo dai numeri, ma dalla struttura della Chiesa: scuole, ospedali, proprietà, parrocchie, capacità di mobilitazione. È una forza molto più coesa di quasi tutte le altre componenti religiose americane. Il punto politico vero è capire se, davanti alla guerra e allo scontro con il Papa, questa rete deciderà di muoversi davvero.



  
La faglia non è spirituale ma sociale e politicaIl voto cattolico per Trump non si spiega tanto con la fede, quanto con l’ascesa sociale di gruppi cattolici entrati stabilmente nella middle class e nei suoi interessi materiali. Adesso però si apre una tensione nuova: continuano a pesare di più classe, reddito e collocazione sociale, oppure l’urto con la Chiesa e con la guerra comincia a incrinare questo equilibrio?



  
La sconfitta di Orbán non chiude la stagione populista, ma mostra che il trumpismo pesaLe elezioni ungheresi sono lette come un segnale importante, non come una svolta definitiva. Il punto è che Trump e il suo mondo cominciano a diventare un fattore tossico anche per una parte delle destre europee: più che rafforzarle, rischiano di far perdere consenso. Ma le condizioni che hanno prodotto il populismo restano tutte lì.



  
Israele sembra puntare più alla guerra permanente che a una vittoria chiaraLa domanda su cosa significhi davvero “vincere” resta aperta, perché gli obiettivi ufficiali non reggono più: Hamas non sparisce, Hezbollah non sparisce, l’Iran non sparisce. L’ipotesi è che la guerra serva soprattutto a tenere insieme un paese internamente fragile, attraversato da fratture profonde e incapace di trovare una coesione diversa dal nemico esterno.



  
La crisi di Israele è anche una crisi di identitàIsraele viene descritto come uno Stato che non ha mai risolto davvero la questione di che cosa sia e di come definirsi. Le diverse componenti della popolazione non si sono fuse fino in fondo, i vecchi equilibri si sono rotti, il partito fondatore è scomparso e la destra religiosa ha riempito il vuoto. La guerra diventa così una scorciatoia per rinviare un problema politico interno irrisolto.





Per approfondire: https://appunti.substack.com/










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      <pubDate>Wed, 15 Apr 2026 08:43:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.





In questo episodio:


  
La guerra contro il Papa può costare più di quanto Trump immaginiLo scontro con Leone XIV non viene trattato come una provocazione passeggera, ma come un errore politico serio. Trump se la prende con una Chiesa cattolica che negli Stati Uniti non è una presenza marginale: è una rete sociale, educativa, sanitaria e territoriale con un peso reale. Per questo la sua offensiva contro il Vaticano rischia di diventare una delle guerre che non può vincere



  
I cattolici americani contano perché sono numerosi, organizzati e radicatiIl loro peso non dipende solo dai numeri, ma dalla struttura della Chiesa: scuole, ospedali, proprietà, parrocchie, capacità di mobilitazione. È una forza molto più coesa di quasi tutte le altre componenti religiose americane. Il punto politico vero è capire se, davanti alla guerra e allo scontro con il Papa, questa rete deciderà di muoversi davvero.



  
La faglia non è spirituale ma sociale e politicaIl voto cattolico per Trump non si spiega tanto con la fede, quanto con l’ascesa sociale di gruppi cattolici entrati stabilmente nella middle class e nei suoi interessi materiali. Adesso però si apre una tensione nuova: continuano a pesare di più classe, reddito e collocazione sociale, oppure l’urto con la Chiesa e con la guerra comincia a incrinare questo equilibrio?



  
La sconfitta di Orbán non chiude la stagione populista, ma mostra che il trumpismo pesaLe elezioni ungheresi sono lette come un segnale importante, non come una svolta definitiva. Il punto è che Trump e il suo mondo cominciano a diventare un fattore tossico anche per una parte delle destre europee: più che rafforzarle, rischiano di far perdere consenso. Ma le condizioni che hanno prodotto il populismo restano tutte lì.



  
Israele sembra puntare più alla guerra permanente che a una vittoria chiaraLa domanda su cosa significhi davvero “vincere” resta aperta, perché gli obiettivi ufficiali non reggono più: Hamas non sparisce, Hezbollah non sparisce, l’Iran non sparisce. L’ipotesi è che la guerra serva soprattutto a tenere insieme un paese internamente fragile, attraversato da fratture profonde e incapace di trovare una coesione diversa dal nemico esterno.



  
La crisi di Israele è anche una crisi di identitàIsraele viene descritto come uno Stato che non ha mai risolto davvero la questione di che cosa sia e di come definirsi. Le diverse componenti della popolazione non si sono fuse fino in fondo, i vecchi equilibri si sono rotti, il partito fondatore è scomparso e la destra religiosa ha riempito il vuoto. La guerra diventa così una scorciatoia per rinviare un problema politico interno irrisolto.





Per approfondire: https://appunti.substack.com/










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        <![CDATA[<p>L’appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong> con <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, e <strong>Stefano Feltr</strong>i per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p>Con l’aiuto di <strong>Giulia Shaughnessy</strong>, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.</p>
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<p><strong>La guerra contro il Papa può costare più di quanto Trump immagini</strong><br>Lo scontro con Leone XIV non viene trattato come una provocazione passeggera, ma come un errore politico serio. Trump se la prende con una Chiesa cattolica che negli Stati Uniti non è una presenza marginale: è una rete sociale, educativa, sanitaria e territoriale con un peso reale. Per questo la sua offensiva contro il Vaticano rischia di diventare una delle guerre che non può vincere</p>
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<p><strong>I cattolici americani contano perché sono numerosi, organizzati e radicati</strong><br>Il loro peso non dipende solo dai numeri, ma dalla struttura della Chiesa: scuole, ospedali, proprietà, parrocchie, capacità di mobilitazione. È una forza molto più coesa di quasi tutte le altre componenti religiose americane. Il punto politico vero è capire se, davanti alla guerra e allo scontro con il Papa, questa rete deciderà di muoversi davvero.</p>
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<p><strong>La faglia non è spirituale ma sociale e politica</strong><br>Il voto cattolico per Trump non si spiega tanto con la fede, quanto con l’ascesa sociale di gruppi cattolici entrati stabilmente nella middle class e nei suoi interessi materiali. Adesso però si apre una tensione nuova: continuano a pesare di più classe, reddito e collocazione sociale, oppure l’urto con la Chiesa e con la guerra comincia a incrinare questo equilibrio?</p>
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<p><strong>La sconfitta di Orbán non chiude la stagione populista, ma mostra che il trumpismo pesa</strong><br>Le elezioni ungheresi sono lette come un segnale importante, non come una svolta definitiva. Il punto è che Trump e il suo mondo cominciano a diventare un fattore tossico anche per una parte delle destre europee: più che rafforzarle, rischiano di far perdere consenso. Ma le condizioni che hanno prodotto il populismo restano tutte lì.</p>
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<p><strong>Israele sembra puntare più alla guerra permanente che a una vittoria chiara</strong><br>La domanda su cosa significhi davvero “vincere” resta aperta, perché gli obiettivi ufficiali non reggono più: Hamas non sparisce, Hezbollah non sparisce, l’Iran non sparisce. L’ipotesi è che la guerra serva soprattutto a tenere insieme un paese internamente fragile, attraversato da fratture profonde e incapace di trovare una coesione diversa dal nemico esterno.</p>
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<p><strong>La crisi di Israele è anche una crisi di identità</strong><br>Israele viene descritto come uno Stato che non ha mai risolto davvero la questione di che cosa sia e di come definirsi. Le diverse componenti della popolazione non si sono fuse fino in fondo, i vecchi equilibri si sono rotti, il partito fondatore è scomparso e la destra religiosa ha riempito il vuoto. La guerra diventa così una scorciatoia per rinviare un problema politico interno irrisolto.</p>
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    <item>
      <title>La guerra asimmetrica dell’Iran e il caos degli Stati Uniti</title>
      <description>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.



In questo episodio:

L’Iran perde, ma può far pagare a tutti il prezzo della sua sconfittaTeheran non sembra avere le risorse per uscire rafforzata da questa guerra: arriva allo scontro già economicamente esausta e non può sostenere a lungo un conflitto aperto. Può però rendere tutto più costoso e più instabile, a partire da Hormuz, e se evita il collasso la conclusione più probabile è che cercherà ancora di più una garanzia estrema di sopravvivenza.

La guerra è asimmetrica perché il caos americano conta quanto la debolezza iranianaL’asimmetria non è solo militare. L’Iran usa con una certa razionalità politica le poche leve che ha, mentre gli Stati Uniti appaiono guidati da decisioni arbitrarie, messaggi contraddittori e istituzioni incapaci di imporre un ordine. Il problema non è fidarsi o no di Trump, ma il fatto che non esista più un centro decisionale americano stabile.

L’Europa si smarca da Washington, ma resta divisaDiversi alleati europei prendono le distanze dal conflitto e mostrano di non voler seguire automaticamente gli Stati Uniti. Ma questo non coincide con la nascita di una vera strategia comune: prevalgono ambiguità, distinguo nazionali e reazioni incoerenti. Anche quando Bruxelles prova a parlare a nome di tutti, spesso finisce per rappresentare soltanto se stessa.

Negli Stati Uniti cresce il dissenso, ma non si vede ancora un’alternativaLe proteste aumentano e il consenso di Trump si indebolisce, ma non abbastanza da far pensare a una correzione del sistema. Il dato più inquietante è che una parte molto ampia dell’elettorato continua a sostenerlo nonostante tutto. E dall’altra parte manca ancora una forza politica capace di trasformare il malcontento in una vera opposizione di governo.

Israele allarga il conflitto e aumenta il rischio di collasso regionaleMentre l’attenzione si concentra su Iran e Hormuz, Israele continua a muoversi anche in Libano e in Cisgiordania, aprendo altri fronti e aggravando tensioni già fuori controllo. Il rischio non è solo militare, ma politico e istituzionale: l’intera regione viene spinta verso un disordine più profondo, senza che emerga un argine credibile.

La crisi non riguarda solo il Medio Oriente: coinvolge anche Asia meridionale e TaiwanIl conflitto si inserisce in un sistema di rivalità sempre più intrecciato, che va ben oltre il Medio Oriente. Pakistan, Afghanistan, India, paesi del Golfo e Cina si muovono già dentro questo nuovo quadro. Anche Taiwan osserva il disimpegno americano e comincia a interrogarsi su cosa significhi restare esposta mentre Washington sposta altrove uomini, mezzi e attenzione.

Per capire questa fase bisogna allargare lo sguardoSeguire solo la cronaca immediata non basta più, perché ogni crisi si collega a un’altra e nessun teatro resta davvero separato dagli altri. L’illusione di poter isolare i conflitti è finita. Per orientarsi bisogna guardare insieme energia, equilibri regionali, crisi istituzionali e rapporti di forza globali.


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      <pubDate>Tue, 31 Mar 2026 20:42:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>La guerra asimmetrica dell’Iran e il caos degli Stati Uniti</itunes:title>
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Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.



In questo episodio:

L’Iran perde, ma può far pagare a tutti il prezzo della sua sconfittaTeheran non sembra avere le risorse per uscire rafforzata da questa guerra: arriva allo scontro già economicamente esausta e non può sostenere a lungo un conflitto aperto. Può però rendere tutto più costoso e più instabile, a partire da Hormuz, e se evita il collasso la conclusione più probabile è che cercherà ancora di più una garanzia estrema di sopravvivenza.

La guerra è asimmetrica perché il caos americano conta quanto la debolezza iranianaL’asimmetria non è solo militare. L’Iran usa con una certa razionalità politica le poche leve che ha, mentre gli Stati Uniti appaiono guidati da decisioni arbitrarie, messaggi contraddittori e istituzioni incapaci di imporre un ordine. Il problema non è fidarsi o no di Trump, ma il fatto che non esista più un centro decisionale americano stabile.

L’Europa si smarca da Washington, ma resta divisaDiversi alleati europei prendono le distanze dal conflitto e mostrano di non voler seguire automaticamente gli Stati Uniti. Ma questo non coincide con la nascita di una vera strategia comune: prevalgono ambiguità, distinguo nazionali e reazioni incoerenti. Anche quando Bruxelles prova a parlare a nome di tutti, spesso finisce per rappresentare soltanto se stessa.

Negli Stati Uniti cresce il dissenso, ma non si vede ancora un’alternativaLe proteste aumentano e il consenso di Trump si indebolisce, ma non abbastanza da far pensare a una correzione del sistema. Il dato più inquietante è che una parte molto ampia dell’elettorato continua a sostenerlo nonostante tutto. E dall’altra parte manca ancora una forza politica capace di trasformare il malcontento in una vera opposizione di governo.

Israele allarga il conflitto e aumenta il rischio di collasso regionaleMentre l’attenzione si concentra su Iran e Hormuz, Israele continua a muoversi anche in Libano e in Cisgiordania, aprendo altri fronti e aggravando tensioni già fuori controllo. Il rischio non è solo militare, ma politico e istituzionale: l’intera regione viene spinta verso un disordine più profondo, senza che emerga un argine credibile.

La crisi non riguarda solo il Medio Oriente: coinvolge anche Asia meridionale e TaiwanIl conflitto si inserisce in un sistema di rivalità sempre più intrecciato, che va ben oltre il Medio Oriente. Pakistan, Afghanistan, India, paesi del Golfo e Cina si muovono già dentro questo nuovo quadro. Anche Taiwan osserva il disimpegno americano e comincia a interrogarsi su cosa significhi restare esposta mentre Washington sposta altrove uomini, mezzi e attenzione.

Per capire questa fase bisogna allargare lo sguardoSeguire solo la cronaca immediata non basta più, perché ogni crisi si collega a un’altra e nessun teatro resta davvero separato dagli altri. L’illusione di poter isolare i conflitti è finita. Per orientarsi bisogna guardare insieme energia, equilibri regionali, crisi istituzionali e rapporti di forza globali.


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        <![CDATA[<p>L’appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong> con <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, e <strong>Stefano Feltr</strong>i per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p>Con l’aiuto di <strong>Giulia Shaughnessy</strong>, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.</p>
<p><br></p>
<p>In questo episodio:</p>
<p><strong>L’Iran perde, ma può far pagare a tutti il prezzo della sua sconfitta</strong><br>Teheran non sembra avere le risorse per uscire rafforzata da questa guerra: arriva allo scontro già economicamente esausta e non può sostenere a lungo un conflitto aperto. Può però rendere tutto più costoso e più instabile, a partire da Hormuz, e se evita il collasso la conclusione più probabile è che cercherà ancora di più una garanzia estrema di sopravvivenza.</p>
<p><strong>La guerra è asimmetrica perché il caos americano conta quanto la debolezza iraniana</strong><br>L’asimmetria non è solo militare. L’Iran usa con una certa razionalità politica le poche leve che ha, mentre gli Stati Uniti appaiono guidati da decisioni arbitrarie, messaggi contraddittori e istituzioni incapaci di imporre un ordine. Il problema non è fidarsi o no di Trump, ma il fatto che non esista più un centro decisionale americano stabile.</p>
<p><strong>L’Europa si smarca da Washington, ma resta divisa</strong><br>Diversi alleati europei prendono le distanze dal conflitto e mostrano di non voler seguire automaticamente gli Stati Uniti. Ma questo non coincide con la nascita di una vera strategia comune: prevalgono ambiguità, distinguo nazionali e reazioni incoerenti. Anche quando Bruxelles prova a parlare a nome di tutti, spesso finisce per rappresentare soltanto se stessa.</p>
<p><strong>Negli Stati Uniti cresce il dissenso, ma non si vede ancora un’alternativa</strong><br>Le proteste aumentano e il consenso di Trump si indebolisce, ma non abbastanza da far pensare a una correzione del sistema. Il dato più inquietante è che una parte molto ampia dell’elettorato continua a sostenerlo nonostante tutto. E dall’altra parte manca ancora una forza politica capace di trasformare il malcontento in una vera opposizione di governo.</p>
<p><strong>Israele allarga il conflitto e aumenta il rischio di collasso regionale</strong><br>Mentre l’attenzione si concentra su Iran e Hormuz, Israele continua a muoversi anche in Libano e in Cisgiordania, aprendo altri fronti e aggravando tensioni già fuori controllo. Il rischio non è solo militare, ma politico e istituzionale: l’intera regione viene spinta verso un disordine più profondo, senza che emerga un argine credibile.</p>
<p><strong>La crisi non riguarda solo il Medio Oriente: coinvolge anche Asia meridionale e Taiwan</strong><br>Il conflitto si inserisce in un sistema di rivalità sempre più intrecciato, che va ben oltre il Medio Oriente. Pakistan, Afghanistan, India, paesi del Golfo e Cina si muovono già dentro questo nuovo quadro. Anche Taiwan osserva il disimpegno americano e comincia a interrogarsi su cosa significhi restare esposta mentre Washington sposta altrove uomini, mezzi e attenzione.</p>
<p><strong>Per capire questa fase bisogna allargare lo sguardo</strong><br>Seguire solo la cronaca immediata non basta più, perché ogni crisi si collega a un’altra e nessun teatro resta davvero separato dagli altri. L’illusione di poter isolare i conflitti è finita. Per orientarsi bisogna guardare insieme energia, equilibri regionali, crisi istituzionali e rapporti di forza globali.</p>
<p><br></p><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Appunti di libri - Mio zio Donald Trump è un nichilista - con Mary L. Trump</title>
      <link>https://appunti.substack.com/p/video-podcast-mio-zio-donald-trump</link>
      <description>Donald non crede nell’eredità, perché non crede che qualcosa possa o debba sopravvivergli. Non gli importa. È un nichilista. E questo lo rende pericoloso per molte ragioni. Ma lo rende pericoloso anche perché pensa di essere l’unica cosa davvero importante nell’universo. Se pensa di stare andando giù, cercherà di trascinare giù tutti noi con lui

Mary L. Trump



Il libro di cui parliamo, uscito da poco per UTET, si intitola Sempre troppo e mai abbastanza. È un titolo che spiegheremo meglio più avanti, ma è soprattutto un libro scritto da Mary L. Trump e dedicato a quello che viene definito l’uomo più pericoloso del mondo.

Lo ha scritto Mary L. Trump, che non è solo omonima di Donald J. Trump: è la nipote



Mary L. Trump è figlia di Fred Trump Jr. enipote di Donald Trump. Psicologa clinica, ha conseguito un dottorato di ricerca presso il Derner Institute of Advanced Psychological Studies dell’Adelphi University di New York. Tiene la seguitissima newsletter The Good in Us ed è conduttrice del Mary Trump Show su YouTube. Sempre troppo e mai abbastanza, il libro di cui Donald Trump ha cercato in tutti i modi di bloccare la pubblicazione, è stato un clamoroso caso editoriale negli Stati Uniti, al primo posto nella classifica dei bestseller e tradotto in oltre dieci paesi nel mondo.


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      <pubDate>Mon, 30 Mar 2026 07:29:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>Mio zio Donald Trump è un nichilista - con Mary L. Trump</itunes:title>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Una chiacchierata con Mary L. Trump, la nipote del presidente degli Stati Uniti, autrice di Sempre troppo e mai abbastanza (Utet)</itunes:subtitle>
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Mary L. Trump



Il libro di cui parliamo, uscito da poco per UTET, si intitola Sempre troppo e mai abbastanza. È un titolo che spiegheremo meglio più avanti, ma è soprattutto un libro scritto da Mary L. Trump e dedicato a quello che viene definito l’uomo più pericoloso del mondo.

Lo ha scritto Mary L. Trump, che non è solo omonima di Donald J. Trump: è la nipote



Mary L. Trump è figlia di Fred Trump Jr. enipote di Donald Trump. Psicologa clinica, ha conseguito un dottorato di ricerca presso il Derner Institute of Advanced Psychological Studies dell’Adelphi University di New York. Tiene la seguitissima newsletter The Good in Us ed è conduttrice del Mary Trump Show su YouTube. Sempre troppo e mai abbastanza, il libro di cui Donald Trump ha cercato in tutti i modi di bloccare la pubblicazione, è stato un clamoroso caso editoriale negli Stati Uniti, al primo posto nella classifica dei bestseller e tradotto in oltre dieci paesi nel mondo.


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        <![CDATA[<p>Donald non crede nell’eredità, perché non crede che qualcosa possa o debba sopravvivergli. Non gli importa. È un nichilista. E questo lo rende pericoloso per molte ragioni. Ma lo rende pericoloso anche perché pensa di essere l’unica cosa davvero importante nell’universo. Se pensa di stare andando giù, cercherà di trascinare giù tutti noi con lui</p>
<p><strong>Mary L. Trump</strong></p>
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<p>Il libro di cui parliamo, uscito da poco per UTET, si intitola <em>Sempre troppo e mai abbastanza</em>. È un titolo che spiegheremo meglio più avanti, ma è soprattutto un libro scritto da Mary L. Trump e dedicato a quello che viene definito l’uomo più pericoloso del mondo.</p>
<p>Lo ha scritto Mary L. Trump, che non è solo omonima di Donald J. Trump: è la nipote</p>
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<p><br><strong>Mary L. Trump</strong> è figlia di Fred Trump Jr. enipote di Donald Trump. Psicologa clinica, ha conseguito un dottorato di ricerca presso il Derner Institute of Advanced Psychological Studies dell’Adelphi University di New York. Tiene la seguitissima newsletter <a href="https://www.marytrump.org/">The Good in U</a>s ed è conduttrice del Mary Trump Show su YouTube. Sempre troppo e mai abbastanza, il libro di cui Donald Trump ha cercato in tutti i modi di bloccare la pubblicazione, è stato un clamoroso caso editoriale negli Stati Uniti, al primo posto nella classifica dei bestseller e tradotto in oltre dieci paesi nel mondo.</p>
<p><br></p><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Un mondo è finito - con Manlio Graziano</title>
      <description>Gli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, avevano bisogno di organizzare un sistema che impedisse ai veri potenziali concorrenti — Europa e Giappone — di diventare troppo autonomi. La divisione del mondo in blocchi serviva anche a quello. L’Unione Sovietica non è mai stata un vero contropotere paragonabile agli Stati Uniti. Era un nemico utile, anche narrativamente. E il racconto della minaccia sovietica servì moltissimo a consolidare l’ordine americano. Oggi non ci sono più quelle condizioni

Manlio Graziano



Quella che trovate qui è la versione editata di una conversazione con Manlio Graziano, direttore dello Spykman Center, firma di Appunti e del Corriere della Sera – La Lettura, registrata al Casinò di Sanremo il 17 marzo in occasione della presentazione del suo libro per Mondadori Come si va in guerra. Propaganda, interessi, ideologie: cosa infiamma lo scontro tra potenze. Un ragionamento su guerra, declino dell’ordine internazionale e crisi dell’Occidente. 

Si ringrazia per l’organizzazione Non dimenticare di ringraziare Marzia Taruffi, responsabile dell’ufficio stampa e cultura del Casinò di Sanremo, che ci ha fornito la registrazione dell’evento.




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      <pubDate>Fri, 27 Mar 2026 11:18:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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Manlio Graziano



Quella che trovate qui è la versione editata di una conversazione con Manlio Graziano, direttore dello Spykman Center, firma di Appunti e del Corriere della Sera – La Lettura, registrata al Casinò di Sanremo il 17 marzo in occasione della presentazione del suo libro per Mondadori Come si va in guerra. Propaganda, interessi, ideologie: cosa infiamma lo scontro tra potenze. Un ragionamento su guerra, declino dell’ordine internazionale e crisi dell’Occidente. 

Si ringrazia per l’organizzazione Non dimenticare di ringraziare Marzia Taruffi, responsabile dell’ufficio stampa e cultura del Casinò di Sanremo, che ci ha fornito la registrazione dell’evento.




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        <![CDATA[<p><em>Gli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, avevano bisogno di organizzare un sistema che impedisse ai veri potenziali concorrenti — Europa e Giappone — di diventare troppo autonomi. La divisione del mondo in blocchi serviva anche a quello. L’Unione Sovietica non è mai stata un vero contropotere paragonabile agli Stati Uniti. Era un nemico utile, anche narrativamente. E il racconto della minaccia sovietica servì moltissimo a consolidare l’ordine americano. Oggi non ci sono più quelle condizioni</em></p>
<p><strong>Manlio Graziano</strong></p>
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<p>Quella che trovate qui è la versione editata di una conversazione con <strong>Manlio Graziano</strong>, direttore dello <strong>Spykman Center</strong>, firma di Appunti e del Corriere della Sera – La Lettura, registrata al <strong>Casinò di Sanremo il 17 marzo</strong> in occasione della presentazione del suo libro per Mondadori <a href="https://www.ibs.it/come-si-va-in-guerra-libro-manlio-graziano/e/9788804805311?utm_source=google&amp;utm_medium=cpc&amp;utm_campaign=PMax_Shopping_Libri_Editori_GruppoFeltrinelli&amp;gad_source=1&amp;gad_campaignid=23591270085&amp;gbraid=0AAAAAD_hDDHj1KkeJ-Dgkts1njo9KvL5j&amp;gclid=Cj0KCQjw1ZjOBhCmARIsADDuFTCYPPPCzIVhro_1sdlf7zniU4MZRpV5ImK0d3cz3fe9kmmmqsRJQqgaAkrQEALw_wcB"><strong>Come si va in guerra. Propaganda, interessi, ideologie: cosa infiamma lo scontro tra potenze</strong></a>. Un ragionamento su guerra, declino dell’ordine internazionale e crisi dell’Occidente. </p>
<p>Si ringrazia per l’organizzazione Non dimenticare di ringraziare <strong>Marzia Taruffi</strong>, responsabile dell’ufficio stampa e cultura del Casinò di Sanremo, che ci ha fornito la registrazione dell’evento.</p>
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<p><br></p><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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    <item>
      <title>La guerra economica di Hormuz e il nuovo mondo della forza </title>
      <description>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.



In questo episodio: 


  
Trump non è una guida, è il segno del caosTrump può fermare o rilanciare la guerra quando vuole, ma proprio questa arbitrarietà mostra che negli Stati Uniti non funzionano più i vecchi contrappesi. Il problema non è fidarsi o no di lui: è che non esiste più un centro decisionale americano stabile.



  
L’Iran può solo rendere la guerra più costosaTeheran non ha la forza per vincere uno scontro diretto, ma può alzare il prezzo del conflitto per tutti. La minaccia su Hormuz va letta così: una mossa estrema di un paese in difficoltà che prova a impedire una chiusura rapida della guerra.



  
L’ordine internazionale di prima non c’è piùLa crisi conferma che il sistema di regole degli ultimi decenni è saltato. Non era perfetto, ma offriva un quadro di riferimento; oggi invece anche gli alleati degli Stati Uniti cercano nuovi equilibri senza sapere davvero dove trovarli.



  
India, Golfo e Cina si adattano a un mondo più instabileL’India continua a praticare il multiallineamento, ma nelle fasi di caos è sempre più difficile restare amici di tutti. Anche i paesi del Golfo capiscono che le basi americane non sono solo una protezione, mentre la Cina non sembra ancora capace di sostituire Washington.



  
L’Europa non ha ancora una strategia comunePer Maglio Graziano, l’attivismo di Macron non rafforza l’Europa ma ne mostra il limite: senza un interesse strategico comune non esiste una vera politica estera europea. Il problema non è il formato delle riunioni, ma l’assenza di una linea condivisa.



  
La stabilità di Meloni contava più dell’Italia in séAll’estero il referendum viene letto soprattutto come possibile fine di una delle poche esperienze di stabilità politica in Europa. Ma senza un’alternativa credibile, l’indebolimento di Meloni rischia di pesare più sulla posizione internazionale dell’Italia che sugli equilibri interni.





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      <pubDate>Tue, 24 Mar 2026 21:15:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>La guerra economica di Hormuz e il nuovo mondo della forza </itunes:title>
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      <itunes:summary>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.



In questo episodio: 


  
Trump non è una guida, è il segno del caosTrump può fermare o rilanciare la guerra quando vuole, ma proprio questa arbitrarietà mostra che negli Stati Uniti non funzionano più i vecchi contrappesi. Il problema non è fidarsi o no di lui: è che non esiste più un centro decisionale americano stabile.



  
L’Iran può solo rendere la guerra più costosaTeheran non ha la forza per vincere uno scontro diretto, ma può alzare il prezzo del conflitto per tutti. La minaccia su Hormuz va letta così: una mossa estrema di un paese in difficoltà che prova a impedire una chiusura rapida della guerra.



  
L’ordine internazionale di prima non c’è piùLa crisi conferma che il sistema di regole degli ultimi decenni è saltato. Non era perfetto, ma offriva un quadro di riferimento; oggi invece anche gli alleati degli Stati Uniti cercano nuovi equilibri senza sapere davvero dove trovarli.



  
India, Golfo e Cina si adattano a un mondo più instabileL’India continua a praticare il multiallineamento, ma nelle fasi di caos è sempre più difficile restare amici di tutti. Anche i paesi del Golfo capiscono che le basi americane non sono solo una protezione, mentre la Cina non sembra ancora capace di sostituire Washington.



  
L’Europa non ha ancora una strategia comunePer Maglio Graziano, l’attivismo di Macron non rafforza l’Europa ma ne mostra il limite: senza un interesse strategico comune non esiste una vera politica estera europea. Il problema non è il formato delle riunioni, ma l’assenza di una linea condivisa.



  
La stabilità di Meloni contava più dell’Italia in séAll’estero il referendum viene letto soprattutto come possibile fine di una delle poche esperienze di stabilità politica in Europa. Ma senza un’alternativa credibile, l’indebolimento di Meloni rischia di pesare più sulla posizione internazionale dell’Italia che sugli equilibri interni.





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        <![CDATA[<p>L’appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong> con <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, e <strong>Stefano Feltr</strong>i per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p>Con l’aiuto di <strong>Giulia Shaughnessy</strong>, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.</p>
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<p>In questo episodio: </p>
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<p><strong>Trump non è una guida, è il segno del caos</strong><br>Trump può fermare o rilanciare la guerra quando vuole, ma proprio questa arbitrarietà mostra che negli Stati Uniti non funzionano più i vecchi contrappesi. Il problema non è fidarsi o no di lui: è che non esiste più un centro decisionale americano stabile.</p>
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  <li>
<p><strong>L’Iran può solo rendere la guerra più costosa</strong><br>Teheran non ha la forza per vincere uno scontro diretto, ma può alzare il prezzo del conflitto per tutti. La minaccia su Hormuz va letta così: una mossa estrema di un paese in difficoltà che prova a impedire una chiusura rapida della guerra.</p>
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  <li>
<p><strong>L’ordine internazionale di prima non c’è più</strong><br>La crisi conferma che il sistema di regole degli ultimi decenni è saltato. Non era perfetto, ma offriva un quadro di riferimento; oggi invece anche gli alleati degli Stati Uniti cercano nuovi equilibri senza sapere davvero dove trovarli.</p>
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  <li>
<p><strong>India, Golfo e Cina si adattano a un mondo più instabile</strong><br>L’India continua a praticare il multiallineamento, ma nelle fasi di caos è sempre più difficile restare amici di tutti. Anche i paesi del Golfo capiscono che le basi americane non sono solo una protezione, mentre la Cina non sembra ancora capace di sostituire Washington.</p>
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<p><strong>L’Europa non ha ancora una strategia comune</strong><br>Per Maglio Graziano, l’attivismo di Macron non rafforza l’Europa ma ne mostra il limite: senza un interesse strategico comune non esiste una vera politica estera europea. Il problema non è il formato delle riunioni, ma l’assenza di una linea condivisa.</p>
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<p><strong>La stabilità di Meloni contava più dell’Italia in sé</strong><br>All’estero il referendum viene letto soprattutto come possibile fine di una delle poche esperienze di stabilità politica in Europa. Ma senza un’alternativa credibile, l’indebolimento di Meloni rischia di pesare più sulla posizione internazionale dell’Italia che sugli equilibri interni.</p>
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      <title>Quanto può durare la guerra in Iran? </title>
      <description>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

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In questo episodio:


  
Una guerra senza obiettivo chiaroDonald Trump entra nella guerra contro l’Iran senza definire con precisione quale risultato politico voglia ottenere: contenimento, negoziato o cambio di regime. In queste condizioni la vittoria diventa soprattutto una questione di narrazione: per Washington conta poter dichiarare di aver ristabilito la deterrenza, mentre Teheran punta soprattutto a impedire agli Stati Uniti di chiudere rapidamente il conflitto.



  
L’Iran usa il caos come levaLa Repubblica islamica arriva alla crisi in una posizione di debolezza e non può sostenere uno scontro diretto con gli Stati Uniti. La strategia consiste quindi nel rendere la guerra costosa per tutti: instabilità regionale, tensioni nei paesi del Golfo e pressione sui mercati energetici.



  
L’energia torna al centro della geopoliticaOgni escalation nel Golfo si riflette immediatamente sui prezzi del petrolio e del gas. L’impatto non è solo economico ma politico: bollette e carburanti più cari mettono sotto pressione governi e opinioni pubbliche occidentali e riaprono il dibattito sulla sicurezza energetica.



  
L’Europa resta divisa sulla politica esteraLa tensione tra Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Kaja Kallas, alta rappresentante per la politica estera dell’UE, evidenzia un problema strutturale: le decisioni strategiche restano nelle mani degli Stati membri. L’Unione europea fatica quindi a esprimere una posizione unica su una crisi come quella iraniana.



  
Russia e Cina osservano e guadagnano spazioL’aumento dei prezzi dell’energia favorisce economicamente la Russia e rischia di spostare l’attenzione internazionale dall’Ucraina. La Cina, invece, beneficia del fatto che gli Stati Uniti tornino a concentrarsi sul Medio Oriente, rallentando la pressione strategica americana sull’Indo-Pacifico.



Per approfondire: https://appunti.substack.com/




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      <pubDate>Tue, 10 Mar 2026 21:03:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:


  
Una guerra senza obiettivo chiaroDonald Trump entra nella guerra contro l’Iran senza definire con precisione quale risultato politico voglia ottenere: contenimento, negoziato o cambio di regime. In queste condizioni la vittoria diventa soprattutto una questione di narrazione: per Washington conta poter dichiarare di aver ristabilito la deterrenza, mentre Teheran punta soprattutto a impedire agli Stati Uniti di chiudere rapidamente il conflitto.



  
L’Iran usa il caos come levaLa Repubblica islamica arriva alla crisi in una posizione di debolezza e non può sostenere uno scontro diretto con gli Stati Uniti. La strategia consiste quindi nel rendere la guerra costosa per tutti: instabilità regionale, tensioni nei paesi del Golfo e pressione sui mercati energetici.



  
L’energia torna al centro della geopoliticaOgni escalation nel Golfo si riflette immediatamente sui prezzi del petrolio e del gas. L’impatto non è solo economico ma politico: bollette e carburanti più cari mettono sotto pressione governi e opinioni pubbliche occidentali e riaprono il dibattito sulla sicurezza energetica.



  
L’Europa resta divisa sulla politica esteraLa tensione tra Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Kaja Kallas, alta rappresentante per la politica estera dell’UE, evidenzia un problema strutturale: le decisioni strategiche restano nelle mani degli Stati membri. L’Unione europea fatica quindi a esprimere una posizione unica su una crisi come quella iraniana.



  
Russia e Cina osservano e guadagnano spazioL’aumento dei prezzi dell’energia favorisce economicamente la Russia e rischia di spostare l’attenzione internazionale dall’Ucraina. La Cina, invece, beneficia del fatto che gli Stati Uniti tornino a concentrarsi sul Medio Oriente, rallentando la pressione strategica americana sull’Indo-Pacifico.



Per approfondire: https://appunti.substack.com/




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      <content:encoded>
        <![CDATA[<p>L’appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong> con <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, e <strong>Stefano Feltr</strong>i per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p>Con l’aiuto di <strong>Giulia Shaughnessy</strong>, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.</p>
<p>In questo episodio:</p>
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  <li>
<p><strong>Una guerra senza obiettivo chiaro</strong><br>Donald Trump entra nella guerra contro l’Iran senza definire con precisione quale risultato politico voglia ottenere: contenimento, negoziato o cambio di regime. In queste condizioni la vittoria diventa soprattutto una questione di narrazione: per Washington conta poter dichiarare di aver ristabilito la deterrenza, mentre Teheran punta soprattutto a impedire agli Stati Uniti di chiudere rapidamente il conflitto.</p>
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<p><strong>L’Iran usa il caos come leva</strong><br>La Repubblica islamica arriva alla crisi in una posizione di debolezza e non può sostenere uno scontro diretto con gli Stati Uniti. La strategia consiste quindi nel rendere la guerra costosa per tutti: instabilità regionale, tensioni nei paesi del Golfo e pressione sui mercati energetici.</p>
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<p><strong>L’energia torna al centro della geopolitica</strong><br>Ogni escalation nel Golfo si riflette immediatamente sui prezzi del petrolio e del gas. L’impatto non è solo economico ma politico: bollette e carburanti più cari mettono sotto pressione governi e opinioni pubbliche occidentali e riaprono il dibattito sulla sicurezza energetica.</p>
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<p><strong>L’Europa resta divisa sulla politica estera</strong><br>La tensione tra Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Kaja Kallas, alta rappresentante per la politica estera dell’UE, evidenzia un problema strutturale: le decisioni strategiche restano nelle mani degli Stati membri. L’Unione europea fatica quindi a esprimere una posizione unica su una crisi come quella iraniana.</p>
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<p><strong>Russia e Cina osservano e guadagnano spazio</strong><br>L’aumento dei prezzi dell’energia favorisce economicamente la Russia e rischia di spostare l’attenzione internazionale dall’Ucraina. La Cina, invece, beneficia del fatto che gli Stati Uniti tornino a concentrarsi sul Medio Oriente, rallentando la pressione strategica americana sull’Indo-Pacifico.</p>
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<p>Per approfondire: https://appunti.substack.com/</p>
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    <item>
      <title>Cosa vogliono Israele e gli Stati Uniti dalla guerra in Iran </title>
      <description>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica: una diretta Substack con Stefano Feltri e  Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

In questo episodio:




  
Guerra “regionale” e guerra “americana” La sequenza Israele–Stati Uniti–Iran non è il “secondo tempo” di giugno se si guarda a Washington: lì manca proprio la continuità. La variabile decisiva non è l’ennesima dottrina, ma il collasso di coerenza strategica: un Paese che resta il centro del sistema internazionale e insieme si muove in modo erratico, quasi impermeabile a qualunque esegesi razionale.



  
Trump come sintomo, non come causa Il punto di partenza è brutale: il problema non è l’uomo, è la società che lo porta lì sapendo chi è. Se 77 milioni votano quella promessa e poi arriva l’opposto, la frattura è strutturale. La politica estera diventa una sommatoria di pulsioni, narrazioni concorrenti, cordate interne (Rubio, Vance e il resto) che non producono una linea, ma rumore.



  
Troppe “spiegazioni” per essere una strategia Regime change, operazione “chirurgica”, diversivo Epstein, nucleare, petrolio, manovra anticinese: ogni racconto regge un pezzo e insieme mostrano il vuoto. Il criterio che taglia via la nebbia è uno: bombardare nel mezzo di un negoziato (per la seconda volta) distrugge credibilità e affidabilità. Dopo una mossa così, chi si siede ancora al tavolo con Washington senza temere la pistola sotto il tavolo?



  
La guerra che prende vita propria L’innesco è bilaterale, l’incendio diventa rapidamente “tutti contro tutti”: basi, aeroporti, infrastrutture, ambasciate, traffico commerciale, cittadini bloccati. In assenza di un obiettivo dichiarato, il finale lo scrivono i rapporti di forza e la soglia del costo politico interno: puoi “cantare vittoria” finché non perdi una portaerei, o centinaia di soldati, o il controllo della narrativa domestica.



  
Paesi del Golfo: mediatori costretti a schierarsi Qatar, Oman, Emirati provavano a mediare e vengono presi alla sprovvista; finiscono schiacciati su una postura filoamericana non per convinzione ma per necessità. L’Iran colpendo “le basi americane ospitate da voi” li trascina dentro, e la distinzione semantica non salva gli alberghi né la percezione pubblica.



  
Israele e l’illusione di un Medio Oriente “presidiato” La chiave di lettura più coerente è israeliana: una regione sotto sorveglianza diretta, con Washington che prima abilita e poi pretende di “disimpegnarsi” lasciando a Tel Aviv il presidio. Ma è un disegno velleitario: Israele senza appoggio americano non regge neppure l’ordinario, figuriamoci l’egemonia regionale.





  
Macron e il nucleare: “union sacrée” e leadership impossibile Aumento di testate, nuovi sottomarini, “deterrenza avanzata” europea: la lettura interna pesa quanto quella esterna. Senza coperture finanziarie credibili, l’annuncio serve anche a ricompattare e a rilanciare il ruolo presidenziale. Ma l’europeizzazione si autoannulla se il bottone resta solo a Parigi: perché Germania, Italia o Olanda dovrebbero affidare la propria sopravvivenza all’Eliseo, oggi o domani con Le Pen?




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      <pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:22:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>L’appuntamento di Appunti di Geopolitica: una diretta Substack con Stefano Feltri e  Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

In questo episodio:




  
Guerra “regionale” e guerra “americana” La sequenza Israele–Stati Uniti–Iran non è il “secondo tempo” di giugno se si guarda a Washington: lì manca proprio la continuità. La variabile decisiva non è l’ennesima dottrina, ma il collasso di coerenza strategica: un Paese che resta il centro del sistema internazionale e insieme si muove in modo erratico, quasi impermeabile a qualunque esegesi razionale.



  
Trump come sintomo, non come causa Il punto di partenza è brutale: il problema non è l’uomo, è la società che lo porta lì sapendo chi è. Se 77 milioni votano quella promessa e poi arriva l’opposto, la frattura è strutturale. La politica estera diventa una sommatoria di pulsioni, narrazioni concorrenti, cordate interne (Rubio, Vance e il resto) che non producono una linea, ma rumore.



  
Troppe “spiegazioni” per essere una strategia Regime change, operazione “chirurgica”, diversivo Epstein, nucleare, petrolio, manovra anticinese: ogni racconto regge un pezzo e insieme mostrano il vuoto. Il criterio che taglia via la nebbia è uno: bombardare nel mezzo di un negoziato (per la seconda volta) distrugge credibilità e affidabilità. Dopo una mossa così, chi si siede ancora al tavolo con Washington senza temere la pistola sotto il tavolo?



  
La guerra che prende vita propria L’innesco è bilaterale, l’incendio diventa rapidamente “tutti contro tutti”: basi, aeroporti, infrastrutture, ambasciate, traffico commerciale, cittadini bloccati. In assenza di un obiettivo dichiarato, il finale lo scrivono i rapporti di forza e la soglia del costo politico interno: puoi “cantare vittoria” finché non perdi una portaerei, o centinaia di soldati, o il controllo della narrativa domestica.



  
Paesi del Golfo: mediatori costretti a schierarsi Qatar, Oman, Emirati provavano a mediare e vengono presi alla sprovvista; finiscono schiacciati su una postura filoamericana non per convinzione ma per necessità. L’Iran colpendo “le basi americane ospitate da voi” li trascina dentro, e la distinzione semantica non salva gli alberghi né la percezione pubblica.



  
Israele e l’illusione di un Medio Oriente “presidiato” La chiave di lettura più coerente è israeliana: una regione sotto sorveglianza diretta, con Washington che prima abilita e poi pretende di “disimpegnarsi” lasciando a Tel Aviv il presidio. Ma è un disegno velleitario: Israele senza appoggio americano non regge neppure l’ordinario, figuriamoci l’egemonia regionale.





  
Macron e il nucleare: “union sacrée” e leadership impossibile Aumento di testate, nuovi sottomarini, “deterrenza avanzata” europea: la lettura interna pesa quanto quella esterna. Senza coperture finanziarie credibili, l’annuncio serve anche a ricompattare e a rilanciare il ruolo presidenziale. Ma l’europeizzazione si autoannulla se il bottone resta solo a Parigi: perché Germania, Italia o Olanda dovrebbero affidare la propria sopravvivenza all’Eliseo, oggi o domani con Le Pen?




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        <![CDATA[<p>L’appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong>: una diretta Substack con <strong>Stefano Feltri </strong>e  <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p><strong>In questo episodio:</strong></p>
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<p><strong>Guerra “regionale” e guerra “americana”</strong> La sequenza Israele–Stati Uniti–Iran non è il “secondo tempo” di giugno se si guarda a Washington: lì manca proprio la continuità. La variabile decisiva non è l’ennesima dottrina, ma il collasso di coerenza strategica: un Paese che resta il centro del sistema internazionale e insieme si muove in modo erratico, quasi impermeabile a qualunque esegesi razionale.</p>
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<p><strong>Trump come sintomo, non come causa</strong> Il punto di partenza è brutale: il problema non è l’uomo, è la società che lo porta lì sapendo chi è. Se 77 milioni votano quella promessa e poi arriva l’opposto, la frattura è strutturale. La politica estera diventa una sommatoria di pulsioni, narrazioni concorrenti, cordate interne (Rubio, Vance e il resto) che non producono una linea, ma rumore.</p>
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<p><strong>Troppe “spiegazioni” per essere una strategia</strong> Regime change, operazione “chirurgica”, diversivo Epstein, nucleare, petrolio, manovra anticinese: ogni racconto regge un pezzo e insieme mostrano il vuoto. Il criterio che taglia via la nebbia è uno: bombardare nel mezzo di un negoziato (per la seconda volta) distrugge credibilità e affidabilità. Dopo una mossa così, chi si siede ancora al tavolo con Washington senza temere la pistola sotto il tavolo?</p>
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<p><strong>La guerra che prende vita propria</strong> L’innesco è bilaterale, l’incendio diventa rapidamente “tutti contro tutti”: basi, aeroporti, infrastrutture, ambasciate, traffico commerciale, cittadini bloccati. In assenza di un obiettivo dichiarato, il finale lo scrivono i rapporti di forza e la soglia del costo politico interno: puoi “cantare vittoria” finché non perdi una portaerei, o centinaia di soldati, o il controllo della narrativa domestica.</p>
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<p><strong>Paesi del Golfo: mediatori costretti a schierarsi</strong> Qatar, Oman, Emirati provavano a mediare e vengono presi alla sprovvista; finiscono schiacciati su una postura filoamericana non per convinzione ma per necessità. L’Iran colpendo “le basi americane ospitate da voi” li trascina dentro, e la distinzione semantica non salva gli alberghi né la percezione pubblica.</p>
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<p><strong>Israele e l’illusione di un Medio Oriente “presidiato”</strong> La chiave di lettura più coerente è israeliana: una regione sotto sorveglianza diretta, con Washington che prima abilita e poi pretende di “disimpegnarsi” lasciando a Tel Aviv il presidio. Ma è un disegno velleitario: Israele senza appoggio americano non regge neppure l’ordinario, figuriamoci l’egemonia regionale.</p>
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<p><strong>Macron e il nucleare: “union sacrée” e leadership impossibile</strong> Aumento di testate, nuovi sottomarini, “deterrenza avanzata” europea: la lettura interna pesa quanto quella esterna. Senza coperture finanziarie credibili, l’annuncio serve anche a ricompattare e a rilanciare il ruolo presidenziale. Ma l’europeizzazione si autoannulla se il bottone resta solo a Parigi: perché Germania, Italia o Olanda dovrebbero affidare la propria sopravvivenza all’Eliseo, oggi o domani con Le Pen?</p>
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    <item>
      <title>Appunti di Geopolitica - Come si va in guerra</title>
      <description>Questo episodio discute il nuovo libro di Manlio Graziano Come si va in Guerra, appena uscito per Mondadori.

In questo episodio:


  
La guerra è il risultato di una sequenza di scelte politiche, non un evento improvviso.I conflitti armati non iniziano per errore né per automatismi incontrollabili. Sono l’esito di processi lunghi, in cui si accumulano decisioni, omissioni, segnali ignorati e valutazioni strategiche distorte. Gli Stati entrano in guerra quando giudicano che il costo dell’inazione sia superiore a quello dell’uso della forza, anche se questa valutazione si basa spesso su aspettative irrealistiche. La guerra nasce quindi da una razionalità politica imperfetta, non dall’irrazionalità.



  
Le strutture contano più delle intenzioni dei leader.Dietro le giustificazioni ufficiali – sicurezza, deterrenza, difesa dei valori – operano fattori strutturali profondi: squilibri di potere, dinamiche demografiche, vincoli economici, alleanze rigide, sistemi di sicurezza che non assorbono più le crisi. In questi contesti lo spazio per il compromesso si restringe progressivamente, fino a rendere il conflitto l’esito più probabile. Le decisioni individuali pesano, ma sono fortemente condizionate da contesti che spingono verso l’escalation.



  
Fare la guerra è prima di tutto una questione di capacità organizzativa e industriale.La capacità militare non si misura solo in tecnologia o armamenti avanzati, ma nella possibilità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo. Produzione industriale, logistica, scorte, addestramento, consenso interno e resilienza economica diventano fattori decisivi. Le guerre contemporanee mostrano il fallimento dell’idea di conflitti rapidi e “puliti”: chi regge è chi dispone di strutture statali e industriali solide, non chi punta sull’effetto sorpresa.



  
Comprendere come si arriva alla guerra è una condizione per evitarla.Se il conflitto è il prodotto di dinamiche riconoscibili, può essere almeno in parte prevenuto. Questo richiede classi dirigenti capaci di leggere i segnali precoci, sistemi politici meno permeabili alla retorica bellicista e un ritorno al realismo nelle relazioni internazionali. Ignorare i meccanismi che portano alla guerra significa accorgersene solo quando le opzioni si sono già drasticamente ridotte.





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      <pubDate>Thu, 26 Feb 2026 08:10:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>Come si va in guerra</itunes:title>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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In questo episodio:


  
La guerra è il risultato di una sequenza di scelte politiche, non un evento improvviso.I conflitti armati non iniziano per errore né per automatismi incontrollabili. Sono l’esito di processi lunghi, in cui si accumulano decisioni, omissioni, segnali ignorati e valutazioni strategiche distorte. Gli Stati entrano in guerra quando giudicano che il costo dell’inazione sia superiore a quello dell’uso della forza, anche se questa valutazione si basa spesso su aspettative irrealistiche. La guerra nasce quindi da una razionalità politica imperfetta, non dall’irrazionalità.



  
Le strutture contano più delle intenzioni dei leader.Dietro le giustificazioni ufficiali – sicurezza, deterrenza, difesa dei valori – operano fattori strutturali profondi: squilibri di potere, dinamiche demografiche, vincoli economici, alleanze rigide, sistemi di sicurezza che non assorbono più le crisi. In questi contesti lo spazio per il compromesso si restringe progressivamente, fino a rendere il conflitto l’esito più probabile. Le decisioni individuali pesano, ma sono fortemente condizionate da contesti che spingono verso l’escalation.



  
Fare la guerra è prima di tutto una questione di capacità organizzativa e industriale.La capacità militare non si misura solo in tecnologia o armamenti avanzati, ma nella possibilità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo. Produzione industriale, logistica, scorte, addestramento, consenso interno e resilienza economica diventano fattori decisivi. Le guerre contemporanee mostrano il fallimento dell’idea di conflitti rapidi e “puliti”: chi regge è chi dispone di strutture statali e industriali solide, non chi punta sull’effetto sorpresa.



  
Comprendere come si arriva alla guerra è una condizione per evitarla.Se il conflitto è il prodotto di dinamiche riconoscibili, può essere almeno in parte prevenuto. Questo richiede classi dirigenti capaci di leggere i segnali precoci, sistemi politici meno permeabili alla retorica bellicista e un ritorno al realismo nelle relazioni internazionali. Ignorare i meccanismi che portano alla guerra significa accorgersene solo quando le opzioni si sono già drasticamente ridotte.





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        <![CDATA[<p>Questo episodio discute il nuovo libro di Manlio Graziano <a href="https://www.amazon.it/Come-si-guerra-Manlio-Graziano/dp/8804805315">Come si va in Guerra</a>, appena uscito per Mondadori.</p>
<p><strong>In questo episodio:</strong></p>
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  <li>
<p><strong>La guerra è il risultato di una sequenza di scelte politiche, non un evento improvviso.</strong><br>I conflitti armati non iniziano per errore né per automatismi incontrollabili. Sono l’esito di processi lunghi, in cui si accumulano decisioni, omissioni, segnali ignorati e valutazioni strategiche distorte. Gli Stati entrano in guerra quando giudicano che il costo dell’inazione sia superiore a quello dell’uso della forza, anche se questa valutazione si basa spesso su aspettative irrealistiche. La guerra nasce quindi da una razionalità politica imperfetta, non dall’irrazionalità.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Le strutture contano più delle intenzioni dei leader.</strong><br>Dietro le giustificazioni ufficiali – sicurezza, deterrenza, difesa dei valori – operano fattori strutturali profondi: squilibri di potere, dinamiche demografiche, vincoli economici, alleanze rigide, sistemi di sicurezza che non assorbono più le crisi. In questi contesti lo spazio per il compromesso si restringe progressivamente, fino a rendere il conflitto l’esito più probabile. Le decisioni individuali pesano, ma sono fortemente condizionate da contesti che spingono verso l’escalation.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Fare la guerra è prima di tutto una questione di capacità organizzativa e industriale.</strong><br>La capacità militare non si misura solo in tecnologia o armamenti avanzati, ma nella possibilità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo. Produzione industriale, logistica, scorte, addestramento, consenso interno e resilienza economica diventano fattori decisivi. Le guerre contemporanee mostrano il fallimento dell’idea di conflitti rapidi e “puliti”: chi regge è chi dispone di strutture statali e industriali solide, non chi punta sull’effetto sorpresa.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>Comprendere come si arriva alla guerra è una condizione per evitarla.</strong><br>Se il conflitto è il prodotto di dinamiche riconoscibili, può essere almeno in parte prevenuto. Questo richiede classi dirigenti capaci di leggere i segnali precoci, sistemi politici meno permeabili alla retorica bellicista e un ritorno al realismo nelle relazioni internazionali. Ignorare i meccanismi che portano alla guerra significa accorgersene solo quando le opzioni si sono già drasticamente ridotte.</p>
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</ul>
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      <title>Appunti di libri: Guerre giuste e ingiuste - con Michael Walzer</title>
      <description>Michael Walzer è uno dei più influenti filosofi viventi: Garzanti ha appena pubblicato, con ottimo tempismo, una nuova edizione italiana del suo libro più importante del 1977, Guerre giuste e ingiuste - Una discussione morale con esempi storici.

In quasi 500 pagine, Walzer discute perché esistono guerre giuste e guerre ingiuste, e come si possano combattere in modo giusto guerre ingiuste o in modo ingiusto guerre giuste (riprendendo la distinzione tra ius ad bellum e ius in bello).

Come spiega all’inizio di questa nostra conversazione, in inglese, le radici del libro affondano nella sua esperienza personale: Walzer, oggi novantenne, da bambino vede combattere la Seconda guerra mondiale contro i nazisti e si rende conto dell’impossibilità di professare un pacifismo integrale.

Tra i temi discussi nella chiacchierata:


  
Per chi combatte o per chi subisce la guerra, c’è una differenza morale tra morire in una guerra giusta e morire in una guerra ingiusta?



  
La Russia è moralmente nel torto solo perché ha iniziato la guerra in Ucraina, o anche per il modo in cui la conduce?



  
La distinzione tra guerre giuste e ingiuste funziona ancora per i conflitti contemporanei (terrorismo, guerre asimmetriche, interventi “umanitari”, rivalità tra grandi potenze e guerre per procura), oppure va aggiornata?



  
Come si applica questa distinzione alla guerra di Israele a Gaza e che implicazioni ha?



L’aggressione è il nome che diamo al crimine della guerra. Riconosciamo questo crimine grazie alla nostra conoscenza della pace che esso interrompe — non la mera assenza di combattimenti, ma una pace con diritti, una condizione di libertà e sicurezza che può esistere solo in assenza dell’aggressione stessa. Il torto che l’aggressore commette consiste nel costringere uomini e donne a rischiare la propria vita per difendere i propri diritti. Li pone di fronte a una scelta: i vostri diritti oppure (una parte delle) vostre vite

Michael Walzer




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      <pubDate>Fri, 20 Feb 2026 21:08:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>Guerre giuste e ingiuste - con Michael Walzer</itunes:title>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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In quasi 500 pagine, Walzer discute perché esistono guerre giuste e guerre ingiuste, e come si possano combattere in modo giusto guerre ingiuste o in modo ingiusto guerre giuste (riprendendo la distinzione tra ius ad bellum e ius in bello).

Come spiega all’inizio di questa nostra conversazione, in inglese, le radici del libro affondano nella sua esperienza personale: Walzer, oggi novantenne, da bambino vede combattere la Seconda guerra mondiale contro i nazisti e si rende conto dell’impossibilità di professare un pacifismo integrale.

Tra i temi discussi nella chiacchierata:


  
Per chi combatte o per chi subisce la guerra, c’è una differenza morale tra morire in una guerra giusta e morire in una guerra ingiusta?



  
La Russia è moralmente nel torto solo perché ha iniziato la guerra in Ucraina, o anche per il modo in cui la conduce?



  
La distinzione tra guerre giuste e ingiuste funziona ancora per i conflitti contemporanei (terrorismo, guerre asimmetriche, interventi “umanitari”, rivalità tra grandi potenze e guerre per procura), oppure va aggiornata?



  
Come si applica questa distinzione alla guerra di Israele a Gaza e che implicazioni ha?



L’aggressione è il nome che diamo al crimine della guerra. Riconosciamo questo crimine grazie alla nostra conoscenza della pace che esso interrompe — non la mera assenza di combattimenti, ma una pace con diritti, una condizione di libertà e sicurezza che può esistere solo in assenza dell’aggressione stessa. Il torto che l’aggressore commette consiste nel costringere uomini e donne a rischiare la propria vita per difendere i propri diritti. Li pone di fronte a una scelta: i vostri diritti oppure (una parte delle) vostre vite

Michael Walzer




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        <![CDATA[<p>Michael Walzer è uno dei più influenti filosofi viventi: Garzanti ha appena pubblicato, con ottimo tempismo, una nuova edizione italiana del suo libro più importante del 1977, <a href="https://www.amazon.it/Guerre-giuste-ingiuste-discussione-storici/dp/8811019311/ref=sr_1_1?crid=1V5VV801UJJIE&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.3amdamPMeg_VORJn8pBPNy3t70TOI99ZxK3lRiXV0pVAP5Fa8Yv3boQTIkUbMvBl.dnalpO9GE9DIPUHvSuISidcTzh0SAPJ3wyTMshsjku4&amp;dib_tag=se&amp;keywords=GUERRE+GIUSTE+E+INGIUSTE&amp;qid=1771516612&amp;s=books&amp;sprefix=guerre+giuste+e+ingius%2Caps%2C283&amp;sr=1-1"><em>Guerre giuste e ingiuste - Una discussione morale con esempi storici</em>.</a></p>
<p>In quasi 500 pagine, Walzer discute perché esistono guerre giuste e guerre ingiuste, e come si possano combattere in modo giusto guerre ingiuste o in modo ingiusto guerre giuste (riprendendo la distinzione tra <em>ius ad bellum</em> e <em>ius in bello</em>).</p>
<p>Come spiega all’inizio di questa nostra conversazione, in inglese, le radici del libro affondano nella sua esperienza personale: Walzer, oggi novantenne, da bambino vede combattere la Seconda guerra mondiale contro i nazisti e si rende conto dell’impossibilità di professare un pacifismo integrale.</p>
<p>Tra i temi discussi nella chiacchierata:</p>
<ul>
  <li>
<p>Per chi combatte o per chi subisce la guerra, c’è una differenza morale tra morire in una guerra giusta e morire in una guerra ingiusta?<br></p>
</li>
  <li>
<p>La Russia è moralmente nel torto solo perché ha iniziato la guerra in Ucraina, o anche per il modo in cui la conduce?<br></p>
</li>
  <li>
<p>La distinzione tra guerre giuste e ingiuste funziona ancora per i conflitti contemporanei (terrorismo, guerre asimmetriche, interventi “umanitari”, rivalità tra grandi potenze e guerre per procura), oppure va aggiornata?<br></p>
</li>
  <li>
<p>Come si applica questa distinzione alla guerra di Israele a Gaza e che implicazioni ha?</p>
<p><br></p>
<p><em>L’aggressione è il nome che diamo al crimine della guerra. Riconosciamo questo crimine grazie alla nostra conoscenza della pace che esso interrompe — non la mera assenza di combattimenti, ma una pace con diritti, una condizione di libertà e sicurezza che può esistere solo in assenza dell’aggressione stessa. Il torto che l’aggressore commette consiste nel costringere uomini e donne a rischiare la propria vita per difendere i propri diritti. Li pone di fronte a una scelta: i vostri diritti oppure (una parte delle) vostre vite</em></p>
<p><strong>Michael Walzer</strong></p>
</li>
</ul><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
      </content:encoded>
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    <item>
      <title>Dall'India al Medio Oriente, nuove alleanze nel tempo di Trump</title>
      <link>https://appunti.substack.com/</link>
      <description>In questa puntata, eccezionalmente in inglese, interviene anche Mariam Qureshi, analista dello Spykman Center basata in Pakistan, che è ormai una firma ben nota al pubblico di Appunti di Geopolitica. 

In questo episodio:


  
MULTI-ALLINEAMENTO. L’India come potenza “non allineata 2.0”: strategia di equilibrio tra Stati Uniti, Russia, Unione europea e Paesi del Golfo per massimizzare autonomia strategica, sicurezza e vantaggi economici in un ordine internazionale frammentato.



  
CRISI CONNESSE. Interdipendenza crescente tra Sud Asia e Medio Oriente: rivalità India–Pakistan, competizione con la Cina, Kashmir e risorse idriche che si intrecciano con il ruolo geopolitico di Emirati e Arabia Saudita come attori regionali e globali.



  
ISTITUZIONI IN DECLINO. Erosione del multilateralismo tradizionale: Nato e Nazioni Unite sotto pressione, nuove architetture ad hoc come il “Board of Peace”, e un contesto in cui l’Europa è spinta a ripensare ruolo, alleanze e capacità strategiche.





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      <pubDate>Tue, 17 Feb 2026 20:53:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>Dall'India al Medio Oriente, alleanze nel tempo di Trump</itunes:title>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>In questa puntata, eccezionalmente in inglese, interviene anche Mariam Qureshi, analista dello Spykman Center basata in Pakistan, che è ormai una firma ben nota al pubblico di Appunti di Geopolitica. 

In questo episodio:


  
MULTI-ALLINEAMENTO. L’India come potenza “non allineata 2.0”: strategia di equilibrio tra Stati Uniti, Russia, Unione europea e Paesi del Golfo per massimizzare autonomia strategica, sicurezza e vantaggi economici in un ordine internazionale frammentato.



  
CRISI CONNESSE. Interdipendenza crescente tra Sud Asia e Medio Oriente: rivalità India–Pakistan, competizione con la Cina, Kashmir e risorse idriche che si intrecciano con il ruolo geopolitico di Emirati e Arabia Saudita come attori regionali e globali.



  
ISTITUZIONI IN DECLINO. Erosione del multilateralismo tradizionale: Nato e Nazioni Unite sotto pressione, nuove architetture ad hoc come il “Board of Peace”, e un contesto in cui l’Europa è spinta a ripensare ruolo, alleanze e capacità strategiche.





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        <![CDATA[<p>In questa puntata, eccezionalmente in inglese, interviene anche <strong>Mariam Qureshi</strong>, analista dello Spykman Center basata in Pakistan, che è ormai una firma ben nota al pubblico di Appunti di Geopolitica. </p>
<p><strong>In questo episodio:</strong></p>
<ul>
  <li>
<p><strong>MULTI-ALLINEAMENTO. </strong>L’India come potenza “non allineata 2.0”: strategia di equilibrio tra Stati Uniti, Russia, Unione europea e Paesi del Golfo per massimizzare autonomia strategica, sicurezza e vantaggi economici in un ordine internazionale frammentato.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>CRISI CONNESSE. </strong>Interdipendenza crescente tra Sud Asia e Medio Oriente: rivalità India–Pakistan, competizione con la Cina, Kashmir e risorse idriche che si intrecciano con il ruolo geopolitico di Emirati e Arabia Saudita come attori regionali e globali.</p>
</li>
  <li>
<p><strong>ISTITUZIONI IN DECLINO. </strong>Erosione del multilateralismo tradizionale: Nato e Nazioni Unite sotto pressione, nuove architetture ad hoc come il “Board of Peace”, e un contesto in cui l’Europa è spinta a ripensare ruolo, alleanze e capacità strategiche.</p>
</li>
</ul>
<p><br></p><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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    <item>
      <title>Appunti di Libri: Capitalismo feudale - con Roberto Seghetti</title>
      <description>Roberto Seghetti è una delle firme più apprezzate di Appunti, con i suoi articoli sulla politica economica, sul fisco e sulle trasformazioni dell’economia.

Per Laterza ha appena pubblicato un libro importante che presentiamo in questo video: https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972.

In questo episodio si parla di:


  
A cosa servono i ricchi? E davvero dobbiamo cercare di attirarli con incentivi fiscali?



  
Cosa c’è di diverso in questa nuova generazione di tecno-oligarchi ostili alla democrazia?



  
Una certa uguaglianza tra cittadini è la premessa per la libertà?



  
I partiti di sinistra da dove dovrebbero cominciare per contrastare questa deriva feudale delle nostre società?



Roberto Seghetti

Roberto Seghetti, giornalista, ha lavorato per Agi, “Paese Sera”, “Il Messaggero” e “Panorama” occupandosi di economia. È stato dirigente del sindacato dei giornalisti e, durante il secondo governo Prodi, portavoce al ministero dell’Economia per la parte Finanze. Ha insegnato nel master di giornalismo della Lumsa, diventandone direttore. Durante le segreterie di Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani è stato capo dell’ufficio stampa del PD. Tra le sue pubblicazioni, La bussola dell’informazione (Franco Angeli 1998) e Le tasse sono utili (Nutrimenti 2024).




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      <pubDate>Wed, 11 Feb 2026 21:42:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>Capitalismo feudale - con Roberto Seghetti</itunes:title>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>Roberto Seghetti è una delle firme più apprezzate di Appunti, con i suoi articoli sulla politica economica, sul fisco e sulle trasformazioni dell’economia.

Per Laterza ha appena pubblicato un libro importante che presentiamo in questo video: https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972.

In questo episodio si parla di:


  
A cosa servono i ricchi? E davvero dobbiamo cercare di attirarli con incentivi fiscali?



  
Cosa c’è di diverso in questa nuova generazione di tecno-oligarchi ostili alla democrazia?



  
Una certa uguaglianza tra cittadini è la premessa per la libertà?



  
I partiti di sinistra da dove dovrebbero cominciare per contrastare questa deriva feudale delle nostre società?



Roberto Seghetti

Roberto Seghetti, giornalista, ha lavorato per Agi, “Paese Sera”, “Il Messaggero” e “Panorama” occupandosi di economia. È stato dirigente del sindacato dei giornalisti e, durante il secondo governo Prodi, portavoce al ministero dell’Economia per la parte Finanze. Ha insegnato nel master di giornalismo della Lumsa, diventandone direttore. Durante le segreterie di Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani è stato capo dell’ufficio stampa del PD. Tra le sue pubblicazioni, La bussola dell’informazione (Franco Angeli 1998) e Le tasse sono utili (Nutrimenti 2024).




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        <![CDATA[<p><strong>Roberto Seghetti</strong> è una delle firme più apprezzate di Appunti, con i suoi articoli sulla politica economica, sul fisco e sulle trasformazioni dell’economia.</p>
<p>Per Laterza ha appena pubblicato un libro importante che presentiamo in questo video: <em>https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972</em><a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972">https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972</a>.</p>
<p>In questo episodio si parla di:</p>
<ul>
  <li>
<p>A cosa servono i ricchi? E davvero dobbiamo cercare di attirarli con incentivi fiscali?</p>
</li>
  <li>
<p>Cosa c’è di diverso in questa nuova generazione di tecno-oligarchi ostili alla democrazia?</p>
</li>
  <li>
<p>Una certa uguaglianza tra cittadini è la premessa per la libertà?</p>
</li>
  <li>
<p>I partiti di sinistra da dove dovrebbero cominciare per contrastare questa deriva feudale delle nostre società?</p>
<p><br></p>
<p><strong>Roberto Seghetti</strong></p>
<p>Roberto Seghetti, giornalista, ha lavorato per Agi, “Paese Sera”, “Il Messaggero” e “Panorama” occupandosi di economia. È stato dirigente del sindacato dei giornalisti e, durante il secondo governo Prodi, portavoce al ministero dell’Economia per la parte Finanze. Ha insegnato nel master di giornalismo della Lumsa, diventandone direttore. Durante le segreterie di Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani è stato capo dell’ufficio stampa del PD. Tra le sue pubblicazioni, <em>La bussola dell’informazione</em> (Franco Angeli 1998) e <em>Le tasse sono utili</em> (Nutrimenti 2024).</p>
</li>
</ul><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Il caso Epstein e la geopolitica delle élite</title>
      <link>https://appunti.substack.com/p/appunti-di-geopolitica-podcast-il-914</link>
      <description>L'appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e  Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.



In questo episodio:


  
Perché gli Stati Uniti stanno rischiando di perdere l’India? 



  
Le élite globali che gli Epstein Files stanno mettendo in crisi riescono davvero a spostare gli equilibri nel mondo? O si limitano a trarre profitto dagli eventi? 



  
Che fine ha fatto il negoziato per la tregua in Ucraina?



  
Cosa resta del “grande gioco” in Afghanistan




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      <pubDate>Tue, 03 Feb 2026 20:59:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>Il caso Epstein e la geopolitica delle élite</itunes:title>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Le élite globali che gli Epstein Files stanno mettendo in crisi riescono davvero a spostare gli equilibri nel mondo? O si limitano a trarre profitto dagli eventi? </itunes:subtitle>
      <itunes:summary>L'appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e  Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.



In questo episodio:


  
Perché gli Stati Uniti stanno rischiando di perdere l’India? 



  
Le élite globali che gli Epstein Files stanno mettendo in crisi riescono davvero a spostare gli equilibri nel mondo? O si limitano a trarre profitto dagli eventi? 



  
Che fine ha fatto il negoziato per la tregua in Ucraina?



  
Cosa resta del “grande gioco” in Afghanistan




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        <![CDATA[<p>L'appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong> con <strong>Stefano Feltri</strong> e  <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p><br></p>
<p><strong>In questo episodio:</strong></p>
<ul>
  <li>
<p>Perché gli Stati Uniti stanno rischiando di perdere <strong>l’India</strong>? </p>
</li>
  <li>
<p>Le élite globali che gli <strong>Epstein Files</strong> stanno mettendo in crisi riescono davvero a spostare gli equilibri nel mondo? O si limitano a trarre profitto dagli eventi? </p>
</li>
  <li>
<p>Che fine ha fatto il negoziato per la tregua in <strong>Ucraina</strong>?</p>
</li>
  <li>
<p>Cosa resta del “grande gioco” in <strong>Afghanistan</strong></p>
</li>
</ul><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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    <item>
      <title>Qual è la vera strategia di Trump per l’America e per l’Europa?</title>
      <link>https://appunti.substack.com/p/appunti-di-geopolitica-podcast-qual</link>
      <description>il nuovo appuntamento di Appunti di Geopolitica è ogni martedì alle 17.30: una diretta Substack con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:


  
C’è un senso nelle ultime mosse di Donald Trump, tra dazi, Groenlandia e gli omicidi di cittadini americani a Minneapolis?



  
E se il vero obiettivo del presidente fosse spaccare l’Europa per sottometterla?



  
Cosa possono fare davvero le “potenze medie” alle quali si è rivolto da Davos il premier canadese Mark Carney?




La puntata si basa su un saggio di Manlio Graziano dedicato alla nuova strategia americana. Qui sotto trovate un estratto centrale del testo, focalizzato sul rapporto tra Stati Uniti ed Europa.
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      <pubDate>Tue, 27 Jan 2026 20:29:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>Qual è la vera strategia di Trump per l’America e per l’Europa?</itunes:title>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
      <itunes:subtitle>Gli Stati Uniti stanno giocando l’ultima carta per sottrarsi al loro declino relativo, in corso da decenni: far leva sulle loro residue prerogative per minacciare il resto del mondo</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>il nuovo appuntamento di Appunti di Geopolitica è ogni martedì alle 17.30: una diretta Substack con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:


  
C’è un senso nelle ultime mosse di Donald Trump, tra dazi, Groenlandia e gli omicidi di cittadini americani a Minneapolis?



  
E se il vero obiettivo del presidente fosse spaccare l’Europa per sottometterla?



  
Cosa possono fare davvero le “potenze medie” alle quali si è rivolto da Davos il premier canadese Mark Carney?




La puntata si basa su un saggio di Manlio Graziano dedicato alla nuova strategia americana. Qui sotto trovate un estratto centrale del testo, focalizzato sul rapporto tra Stati Uniti ed Europa.
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        <![CDATA[<p>il nuovo appuntamento di <strong>Appunti di Geopolitica</strong> è ogni martedì alle <strong>17.30</strong>: una diretta Substack con <strong>Manlio Graziano</strong>, analista geopolitico e direttore del <strong>Centro Spykman</strong>, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p>Con l’aiuto di <strong>Giulia Shaughnessy</strong>, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.</p>
<p><strong>In questo episodio:</strong></p>
<ul>
  <li>
<p>C’è un senso nelle ultime mosse di <strong>Donald Trump</strong>, tra dazi, Groenlandia e gli omicidi di cittadini americani a Minneapolis?</p>
</li>
  <li>
<p>E se il vero obiettivo del presidente fosse spaccare l’Europa per sottometterla?</p>
</li>
  <li>
<p>Cosa possono fare davvero le “potenze medie” alle quali si è rivolto da Davos il premier canadese <strong>Mark Carney</strong>?</p>
</li>
</ul>
<p>La puntata si basa <a href="https://appunti.substack.com/p/lipotesi-di-una-vera-strategia-americana">su un saggio di Manlio Graziano</a> dedicato alla nuova strategia americana. Qui sotto trovate un estratto centrale del testo, focalizzato sul rapporto tra Stati Uniti ed Europa.</p><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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    <item>
      <title>La rottura tra Stati Uniti ed Europa sulla Groenlandia</title>
      <description>Il nuovo appuntamento di Appunti:  ogni settimana una diretta Substack con Stefano Feltri, curatore di Appunti, e l’analista geopolitico Manlio Graziano, direttore del centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del centro Spykman, ogni settimana cercheremo di capire come rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:


  
Cosa c’è dietro l’ossessione di Trump per la Groenlandia?



  
Quali sono i veri piani del presidente degli Stati Uniti per l’Europa?



  
Il nuovo ordine mondiale può reggersi sulla Cina?




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      <pubDate>Tue, 20 Jan 2026 23:01:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>La rottura tra Stati Uniti ed Europa sulla Groenlandia</itunes:title>
      <itunes:episodeType>full</itunes:episodeType>
      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
      <itunes:subtitle>Quali sono i veri piani del presidente degli Stati Uniti per l’Europa?</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Il nuovo appuntamento di Appunti:  ogni settimana una diretta Substack con Stefano Feltri, curatore di Appunti, e l’analista geopolitico Manlio Graziano, direttore del centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del centro Spykman, ogni settimana cercheremo di capire come rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:


  
Cosa c’è dietro l’ossessione di Trump per la Groenlandia?



  
Quali sono i veri piani del presidente degli Stati Uniti per l’Europa?



  
Il nuovo ordine mondiale può reggersi sulla Cina?




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        <![CDATA[<p>Il nuovo appuntamento di Appunti:  ogni settimana una diretta Substack con <strong>Stefano Feltri</strong>, curatore di Appunti, e l’analista geopolitico <strong>Manlio Graziano</strong>, direttore <a href="https://www.spykmancenter.org/">del centro Spykman</a>, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p>Con l’aiuto di <strong>Giulia Shaughnessy,</strong> analista e operations manager del centro Spykman, ogni settimana cercheremo di capire come rispondere alle domande che tutti ci facciamo.</p>
<p>In questo episodio:</p>
<ul>
  <li>
<p>Cosa c’è dietro l’ossessione di Trump per la Groenlandia?</p>
</li>
  <li>
<p>Quali sono i veri piani del presidente degli Stati Uniti per l’Europa?</p>
</li>
  <li>
<p>Il nuovo ordine mondiale può reggersi sulla Cina?</p>
</li>
</ul><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
      </content:encoded>
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      <title>Il futuro dell'Iran (e del Venezuela)</title>
      <link>https://appunti.substack.com/p/appunti-di-geopolitica-podcast-il</link>
      <description>Abbiamo cominciato  un nuovo esperimento di Appunti: ogni settimana, una diretta Substack con l’analista geopolitico Manlio Graziano, direttore del centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del centro Spykman, ogni settimana cercheremo di capire come rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:

* Perché gli Stati Uniti di Trump prima dicono di volersi ritirare nel continente americano e poi minacciano interventi in Iran?

* Il regime degli ayatollah può davvero crollare? Come e con quali conseguenze?

* Perché l’Europa non è riuscita ad avere una posizione unica sul rapimento di Maduro e sull’attacco americano al Venezuela?

Ogni settimana la discussione partirà dalle domande che gli abbonati ad Appunti di Geopolitica faranno a Manlio Graziano
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      <pubDate>Tue, 13 Jan 2026 21:00:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>Il futuro dell'Iran (e del Venezuela)</itunes:title>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle></itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Abbiamo cominciato  un nuovo esperimento di Appunti: ogni settimana, una diretta Substack con l’analista geopolitico Manlio Graziano, direttore del centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del centro Spykman, ogni settimana cercheremo di capire come rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:

* Perché gli Stati Uniti di Trump prima dicono di volersi ritirare nel continente americano e poi minacciano interventi in Iran?

* Il regime degli ayatollah può davvero crollare? Come e con quali conseguenze?

* Perché l’Europa non è riuscita ad avere una posizione unica sul rapimento di Maduro e sull’attacco americano al Venezuela?

Ogni settimana la discussione partirà dalle domande che gli abbonati ad Appunti di Geopolitica faranno a Manlio Graziano
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        <![CDATA[<p>Abbiamo cominciato  un nuovo esperimento di Appunti: ogni settimana, una diretta Substack con l’analista geopolitico Manlio Graziano, direttore <a href="https://www.spykmancenter.org/">del centro Spykman</a>, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.</p>
<p>Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del centro Spykman, ogni settimana cercheremo di capire come rispondere alle domande che tutti ci facciamo.</p>
<p>In questo episodio:</p>
<p>* Perché gli Stati Uniti di Trump prima dicono di volersi ritirare nel continente americano e poi minacciano interventi in Iran?</p>
<p>* Il regime degli ayatollah può davvero crollare? Come e con quali conseguenze?</p>
<p>* Perché l’Europa non è riuscita ad avere una posizione unica sul rapimento di Maduro e sull’attacco americano al Venezuela?</p>
<p>Ogni settimana la discussione partirà dalle domande che gli abbonati ad Appunti di Geopolitica faranno a Manlio Graziano</p><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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    </item>
    <item>
      <title>Sopravvivere nel tempo dell’infelicità - Con Raffaele Alberto Ventura </title>
      <description>Siamo cresciuti con la promessa di essere felici, attraverso i consumi, ma soprattutto grazie alla possibilità che ci viene offerta di essere “noi stessi”. E se fosse tutta un’illusione?



Questa puntata nasce dalla presentazione del libro La conquista dell’infelicità presso L’Opificio Italiacamp, un centro di cultura e formazione, inaugurato a giugno a Roma. Un luogo suggestivo, nato dal recupero e dalla riqualificazione di un ex-marmificio, nella zona Ostiense-Marconi, quella della prima industrializzazione della Capitale.



Siamo cresciuti con la promessa di essere felici, attraverso i consumi, ma soprattutto grazie alla possibilità che ci viene offerta - se ci impegniamo abbastanza - di essere “noi stessi”, qualunque cosa questo significhi.

E se fosse tutta un’illusione? E se la grande sfida fosse invece imparare a essere infelici?

Stefano Feltri ne discute con Raffaele Alberto Ventura, autore del libro La conquista dell’infelicità (Einaudi)

Raffaele Alberto Ventura è ricercatore presso il Laboratoire d’anthropologie politique dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e progetta percorsi di formazione. Curatore degli scritti di Cornelius Castoriadis (Contro l’economia, Luiss University Press 2022), è autore di vari saggi tra cui Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017) e Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi 2020).



Questo episodio è realizzato con la collaborazione di Anna Menale. 



Appunti è un progetto di informazione indipendente, sostenuto soltanto dalle sue lettrici e lettori. Se pensi che sia importante, a⁠bbonati o regala un abbonamento a qualcuno a cui tieni 


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      <pubDate>Fri, 28 Nov 2025 14:56:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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Questa puntata nasce dalla presentazione del libro La conquista dell’infelicità presso L’Opificio Italiacamp, un centro di cultura e formazione, inaugurato a giugno a Roma. Un luogo suggestivo, nato dal recupero e dalla riqualificazione di un ex-marmificio, nella zona Ostiense-Marconi, quella della prima industrializzazione della Capitale.



Siamo cresciuti con la promessa di essere felici, attraverso i consumi, ma soprattutto grazie alla possibilità che ci viene offerta - se ci impegniamo abbastanza - di essere “noi stessi”, qualunque cosa questo significhi.

E se fosse tutta un’illusione? E se la grande sfida fosse invece imparare a essere infelici?

Stefano Feltri ne discute con Raffaele Alberto Ventura, autore del libro La conquista dell’infelicità (Einaudi)

Raffaele Alberto Ventura è ricercatore presso il Laboratoire d’anthropologie politique dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e progetta percorsi di formazione. Curatore degli scritti di Cornelius Castoriadis (Contro l’economia, Luiss University Press 2022), è autore di vari saggi tra cui Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017) e Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi 2020).



Questo episodio è realizzato con la collaborazione di Anna Menale. 



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        <![CDATA[<p>Siamo cresciuti con la promessa di essere felici, attraverso i consumi, ma soprattutto grazie alla possibilità che ci viene offerta di essere “noi stessi”. E se fosse tutta un’illusione?</p>
<p><br></p>
<p><em>Questa puntata nasce dalla presentazione del libro La conquista dell’infelicità presso </em><a href="https://lopificio.italiacamp.com/"><em>L’Opificio Italiacamp</em></a><em>, un centro di cultura e formazione, inaugurato a giugno a Roma. Un luogo suggestivo, nato dal recupero e dalla riqualificazione di un ex-marmificio, nella zona Ostiense-Marconi, quella della prima industrializzazione della Capitale.</em></p>
<p><br></p>
<p>Siamo cresciuti con la promessa di essere felici, attraverso i consumi, ma soprattutto grazie alla possibilità che ci viene offerta - se ci impegniamo abbastanza - di essere “noi stessi”, qualunque cosa questo significhi.</p>
<p>E se fosse tutta un’illusione? E se la grande sfida fosse invece imparare a essere infelici?</p>
<p><strong>Stefano Feltri </strong>ne discute con <strong>Raffaele Alberto Ventura</strong>, autore del libro<a href="https://www.einaudi.it/autori/raffaele-alberto-ventura/"><em> La conquista dell’infelicità </em></a>(Einaudi)</p>
<p><em>Raffaele Alberto Ventura è ricercatore presso il Laboratoire d’anthropologie politique dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e progetta percorsi di formazione. Curatore degli scritti di Cornelius Castoriadis (Contro l’economia, Luiss University Press 2022), è autore di vari saggi tra cui Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017) e Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi 2020).</em></p>
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<p>Questo episodio è realizzato con la collaborazione di <strong>Anna Menale</strong>. </p>
<p><br></p>
<p><strong>Appunti è un progetto di informazione indipendente, sostenuto soltanto dalle sue lettrici e lettori. Se pensi che sia importante, a</strong><a href="https://appunti.substack.com/subscribe?gift=true">⁠<strong>bbonati o regala un abbonamento a qualcuno a cui tieni </strong></a></p>
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    <item>
      <title>Le mille idee di Polonia</title>
      <description>Dopo le elezioni presidenziali del primo giugno, il Paese più importante dell’Europa dell’Est rimane spaccato tra due identità, due visioni del mondo e della propria storia. Per capire perché e come questa spaccatura è decisiva per il futuro (e per il passato) dell’Europa, serve l’analisi geopolitica di Manlio Graziano.

Questo è un episodio zero di un’ipotesi di nuovo podcast prodotto da Appunti che vorremmo sperimentare dopo l’estate.

Fateci sapere cosa ne pensate in modo da poterlo migliorare. Potete anche suggerirci nei commenti i temi sui quali vorreste approfondimenti.

Per approfondire c’è il lungo saggio sul tema che Manlio graziano ha scritto per Appunti (lo trovate qui sotto, ora senza paywall):

https://appunti.substack.com/p/due-nessuna-centomila 

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https://appunti.substack.com/ 
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      <pubDate>Wed, 11 Jun 2025 06:36:00 -0000</pubDate>
      <itunes:title>Dopo le elezioni di fine maggio il Paese più importante dell’Europa dell’Est rimane spaccato tra due identità. Un nuovo podcast con le analisi geopolitiche di Manlio Graziano</itunes:title>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Dopo le elezioni presidenziali, il Paese più importante dell’Europa dell’Est rimane spaccato tra due identità. Un nuovo podcast con le analisi geopolitiche di Manlio Graziano</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Dopo le elezioni presidenziali del primo giugno, il Paese più importante dell’Europa dell’Est rimane spaccato tra due identità, due visioni del mondo e della propria storia. Per capire perché e come questa spaccatura è decisiva per il futuro (e per il passato) dell’Europa, serve l’analisi geopolitica di Manlio Graziano.

Questo è un episodio zero di un’ipotesi di nuovo podcast prodotto da Appunti che vorremmo sperimentare dopo l’estate.

Fateci sapere cosa ne pensate in modo da poterlo migliorare. Potete anche suggerirci nei commenti i temi sui quali vorreste approfondimenti.

Per approfondire c’è il lungo saggio sul tema che Manlio graziano ha scritto per Appunti (lo trovate qui sotto, ora senza paywall):

https://appunti.substack.com/p/due-nessuna-centomila 

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https://appunti.substack.com/ 
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        <![CDATA[<p>Dopo le elezioni presidenziali del primo giugno, il Paese più importante dell’Europa dell’Est rimane spaccato tra due identità, due visioni del mondo e della propria storia. Per capire perché e come questa spaccatura è decisiva per il futuro (e per il passato) dell’Europa, serve l’analisi geopolitica di Manlio Graziano.</p>
<p>Questo è un episodio zero di un’ipotesi di nuovo podcast prodotto da Appunti che vorremmo sperimentare dopo l’estate.</p>
<p>Fateci sapere cosa ne pensate in modo da poterlo migliorare. Potete anche suggerirci nei commenti i temi sui quali vorreste approfondimenti.</p>
<p>Per approfondire c’è il lungo saggio sul tema che Manlio graziano ha scritto per Appunti (lo trovate qui sotto, ora senza paywall):</p>
<p>https://appunti.substack.com/p/due-nessuna-centomila </p>
<p><strong>Appunti è un progetto di informazione indipendente, sostenuto soltanto dalle sue lettrici e lettori. Se pensi che sia importante, abbonati o regala un abbonamento a qualcuno a cui tieni </strong></p>
<p><br></p>
<p><strong>https://appunti.substack.com/ </strong></p><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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    <item>
      <title>La Scomunica - Teaser</title>
      <description>Per tutta la durata del suo papato, Francesco ha sempre promesso che la sua Chiesa avrebbe perseguito abusi e abusatori senza incertezze. Ma alle parole non sono mai seguiti i fatti e il Vaticano ha continuato a coprire, insabbiare, negare, e ad abbandonare le vittime. 

Il caso più clamoroso è quello di Marko Ivan Rupnik, teologo e artista famoso in tutto il mondo per i mosaici che decorano le chiese più importanti. Per oltre trent’anni le sue vittime hanno denunciato gli abusi subiti, e non è successo niente. 

Nel maggio del 2020 padre Rupnik viene anche scomunicato dal dicastero per la Dottrina della fede: ha assolto in confessione il complice, cioè la donna vittima di abusi che la Chiesa considera, appunto, complice. 

Nel giro di pochi giorni la scomunica viene revocata. E c’è solo una persona che può prendere una decisione così importante: papa Francesco in persona, amico di Rupnik, gesuita come lui. 
Quel favore all’amico è l’ultima goccia in un vaso di scandali. In questa nuova inchiesta seguiamo il filo del caso Rupnik per raccontare le omertà e le complicità di una Chiesa ossessionata dal sesso nella quale il potere è cementato dall’omertà, e gli scandali per abusi servono solo a regolare i conti tra fazioni in lotta. 

Dopo il successo de La Confessione, un nuovo lavoro di giornalismo investigativo sul tema degli abusi nella Chiesa firmato da Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn
La produzione di questo podcast è sostenuta dalle abbonate e dagli abbonati alla newsletter Appunti dove potete leggere le inchieste di Federica Tourn e gli approfondimenti dei temi trattati nel podcast.

Poiché nessun editore vuole parlare di questo tema, abbiamo lavorato da soli, sostenendo i costi di questo progetto. Se vuoi contribuire puoi farlo sostenendo Appunti o con una donazione per il podcast sulla piattaforma di crowdfunding Go Fund Me

La Scomunica
è un podcast di giornalismo investigativo disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme
di Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn
Inchiesta sul campo di Federica Tourn
Story editor Giorgio Meletti 
Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati
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      <pubDate>Fri, 11 Apr 2025 04:06:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>Per tutta la durata del suo papato, Francesco ha sempre promesso che la sua Chiesa avrebbe perseguito abusi e abusatori senza incertezze. Ma alle parole non sono mai seguiti i fatti e il Vaticano ha continuato a coprire, insabbiare, negare, e ad abbandonare le vittime. 

Il caso più clamoroso è quello di Marko Ivan Rupnik, teologo e artista famoso in tutto il mondo per i mosaici che decorano le chiese più importanti. Per oltre trent’anni le sue vittime hanno denunciato gli abusi subiti, e non è successo niente. 

Nel maggio del 2020 padre Rupnik viene anche scomunicato dal dicastero per la Dottrina della fede: ha assolto in confessione il complice, cioè la donna vittima di abusi che la Chiesa considera, appunto, complice. 

Nel giro di pochi giorni la scomunica viene revocata. E c’è solo una persona che può prendere una decisione così importante: papa Francesco in persona, amico di Rupnik, gesuita come lui. 
Quel favore all’amico è l’ultima goccia in un vaso di scandali. In questa nuova inchiesta seguiamo il filo del caso Rupnik per raccontare le omertà e le complicità di una Chiesa ossessionata dal sesso nella quale il potere è cementato dall’omertà, e gli scandali per abusi servono solo a regolare i conti tra fazioni in lotta. 

Dopo il successo de La Confessione, un nuovo lavoro di giornalismo investigativo sul tema degli abusi nella Chiesa firmato da Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn
La produzione di questo podcast è sostenuta dalle abbonate e dagli abbonati alla newsletter Appunti dove potete leggere le inchieste di Federica Tourn e gli approfondimenti dei temi trattati nel podcast.

Poiché nessun editore vuole parlare di questo tema, abbiamo lavorato da soli, sostenendo i costi di questo progetto. Se vuoi contribuire puoi farlo sostenendo Appunti o con una donazione per il podcast sulla piattaforma di crowdfunding Go Fund Me

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è un podcast di giornalismo investigativo disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme
di Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn
Inchiesta sul campo di Federica Tourn
Story editor Giorgio Meletti 
Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati
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        <![CDATA[<p>Per tutta la durata del suo papato, Francesco ha sempre promesso che la sua Chiesa avrebbe perseguito abusi e abusatori senza incertezze. Ma alle parole non sono mai seguiti i fatti e il Vaticano ha continuato a coprire, insabbiare, negare, e ad abbandonare le vittime. </p><p><br></p><p><a href="https://appunti.substack.com/p/la-scomunica-quanti-processi-ha-rupnik">Il caso più clamoroso è quello di Marko Ivan Rupnik</a>, teologo e artista famoso in tutto il mondo per i mosaici che decorano le chiese più importanti. Per oltre trent’anni le sue vittime hanno denunciato gli abusi subiti, e non è successo niente. </p><p><br></p><p>Nel maggio del 2020 padre Rupnik viene anche scomunicato dal dicastero per la Dottrina della fede: ha assolto in confessione il complice, cioè la donna vittima di abusi che la Chiesa considera, appunto, complice. </p><p><br></p><p>Nel giro di pochi giorni la scomunica viene revocata. E c’è solo una persona che può prendere una decisione così importante: papa Francesco in persona, amico di Rupnik, gesuita come lui. </p><p>Quel favore all’amico è l’ultima goccia in un vaso di scandali. In questa nuova inchiesta seguiamo il filo del caso Rupnik per raccontare<a href="https://appunti.substack.com/p/la-scomunica-teologia-dellabusatore"> le omertà e le complicità di una Chiesa ossessionata dal sesso </a>nella quale il potere è cementato dall’omertà, e gli scandali per abusi servono solo a regolare i conti tra fazioni in lotta. </p><p><br></p><p>Dopo il successo de<a href="https://open.spotify.com/show/3fWMkoc0Ff0RoyxutAlS5R"><em> La Confessione</em></a>, un nuovo lavoro di giornalismo investigativo sul tema degli abusi nella Chiesa firmato da Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn</p><p>La produzione di questo podcast è sostenuta dalle abbonate e dagli abbonati <a href="https://appunti.substack.com/s/la-scomunica">alla newsletter Appunti</a> dove potete leggere le inchieste di Federica Tourn <a href="https://appunti.substack.com/s/la-scomunica">e gli approfondimenti </a>dei temi trattati nel podcast.</p><p><br></p><p>Poiché nessun editore vuole parlare di questo tema, abbiamo lavorato da soli, sostenendo i costi di questo progetto. Se vuoi contribuire puoi farlo <a href="https://appunti.substack.com/">sostenendo Appunti </a>o con una donazione per il podcast sulla piattaforma di crowdfunding <a href="https://www.gofundme.com/f/la-scomunica-un-podcast-sul-papa-e-gli-abusi-nella-chiesa">Go Fund Me</a></p><p><br></p><h2>La Scomunica</h2><p>è un podcast di giornalismo investigativo disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme</p><p>di Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn</p><p>Inchiesta sul campo di Federica Tourn</p><p>Story editor Giorgio Meletti </p><p>Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati</p><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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    </item>
    <item>
      <title>La Confessione - Episodio 0: Così la Chiesa italiana insabbia gli abusi </title>
      <description>l 5 marzo 2024 don Giuseppe Rugolo è stato condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado, dal tribunale di Enna. Da quasi due anni, con i miei colleghi Giorgio Meletti e Federica Tourn, seguiamo questa storia solo all’apprenza periferica.
La consideriamo così importante da averci dedicato un podcast in sette puntate, La Confessione, di cui qui potete sentire un teaser, che inquadra la vicenda e presenta i fatti.
Perché quella singola vicenda è come un frattale, replica in piccolo tutto il sistema di coperture e insabbiamenti che ha finora impedito che in Italia scoppiasse lo scandalo degli abusi nella Chiesa.
Perché soltanto in Italia non è ancora scoppiato il caso degli abusi nella Chiesa cattolica? Perché il sistema di copertura degli abusatori è ancora in piedi ed efficace, coinvolge decine e decine di preti e vescovi ed è tacitamente approvato da papa Francesco.
Il podcast La Confessione ricostruisce come la Chiesa italiana silenzia le denunce delle vittime, copre i preti sotto accusa e nasconde lo scandalo. E sono loro, i preti, a raccontarlo.
“Ho insabbiato questa storia”, dice il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, intercettato al telefono mentre parla con don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale in primo grado a Enna martedì 5 marzo.
Per la prima volta possiamo ascoltare direttamente i protagonisti di una vicenda di abusi spiegare come funziona il sistema per insabbiare e depistare, come si usano le risorse della Chiesa per tacitare le vittime e lasciare gli abusatori impuniti. Secondo Gisana, le accuse di violenza sessuale per Rugolo sono un dono di Dio, “per diventare santo”.
Antonio Messina è un ragazzo di Enna che per anni è stato abusato da don Rugolo, fin da quando era minorenne. Nel 2014 inizia a chiedere giustizia alle strutture ecclesiastiche, dieci anni dopo arriva la sentenza della magistratura ordinaria.
Grazie alla sua denuncia, sono emersi i documenti audio su cui si basa questo podcast: intercettazioni telefoniche e dialoghi registrati dai protagonisti all’insaputa l’uno dell’altro.
Sulla newsletter Appunti troverete approfondimenti e commenti ai temi trattati nel podcast.
Per sostenere il progetto della Confessione, seguite il podcast e cliccate sulla campanella, per essere informati sui prossimi episodi.
La Confessione
è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme
Autori:
Stefano Feltri
Giorgio Meletti
Federica Tourn
Con la collaborazione di  Carmelo Rosa
Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati
Produzione:
Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati alla newsletter Appunti
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      <pubDate>Tue, 12 Mar 2024 08:54:00 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Il nuovo podcast d'inchiesta realizzato grazie al sostegno della comunità di Appunti</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>l 5 marzo 2024 don Giuseppe Rugolo è stato condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado, dal tribunale di Enna. Da quasi due anni, con i miei colleghi Giorgio Meletti e Federica Tourn, seguiamo questa storia solo all’apprenza periferica.
La consideriamo così importante da averci dedicato un podcast in sette puntate, La Confessione, di cui qui potete sentire un teaser, che inquadra la vicenda e presenta i fatti.
Perché quella singola vicenda è come un frattale, replica in piccolo tutto il sistema di coperture e insabbiamenti che ha finora impedito che in Italia scoppiasse lo scandalo degli abusi nella Chiesa.
Perché soltanto in Italia non è ancora scoppiato il caso degli abusi nella Chiesa cattolica? Perché il sistema di copertura degli abusatori è ancora in piedi ed efficace, coinvolge decine e decine di preti e vescovi ed è tacitamente approvato da papa Francesco.
Il podcast La Confessione ricostruisce come la Chiesa italiana silenzia le denunce delle vittime, copre i preti sotto accusa e nasconde lo scandalo. E sono loro, i preti, a raccontarlo.
“Ho insabbiato questa storia”, dice il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, intercettato al telefono mentre parla con don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale in primo grado a Enna martedì 5 marzo.
Per la prima volta possiamo ascoltare direttamente i protagonisti di una vicenda di abusi spiegare come funziona il sistema per insabbiare e depistare, come si usano le risorse della Chiesa per tacitare le vittime e lasciare gli abusatori impuniti. Secondo Gisana, le accuse di violenza sessuale per Rugolo sono un dono di Dio, “per diventare santo”.
Antonio Messina è un ragazzo di Enna che per anni è stato abusato da don Rugolo, fin da quando era minorenne. Nel 2014 inizia a chiedere giustizia alle strutture ecclesiastiche, dieci anni dopo arriva la sentenza della magistratura ordinaria.
Grazie alla sua denuncia, sono emersi i documenti audio su cui si basa questo podcast: intercettazioni telefoniche e dialoghi registrati dai protagonisti all’insaputa l’uno dell’altro.
Sulla newsletter Appunti troverete approfondimenti e commenti ai temi trattati nel podcast.
Per sostenere il progetto della Confessione, seguite il podcast e cliccate sulla campanella, per essere informati sui prossimi episodi.
La Confessione
è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme
Autori:
Stefano Feltri
Giorgio Meletti
Federica Tourn
Con la collaborazione di  Carmelo Rosa
Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati
Produzione:
Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati alla newsletter Appunti
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        <![CDATA[<p>l 5 marzo 2024 <strong>don Giuseppe Rugolo</strong> è stato condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado, dal tribunale di Enna. Da quasi due anni, con i miei colleghi Giorgio Meletti e Federica Tourn, seguiamo questa storia solo all’apprenza periferica.</p><p>La consideriamo così importante da averci dedicato un podcast in sette puntate, La Confessione, di cui qui potete sentire un teaser, che inquadra la vicenda e presenta i fatti.</p><p>Perché quella singola vicenda è come un frattale, replica in piccolo tutto il sistema di coperture e insabbiamenti che ha finora impedito che in Italia scoppiasse lo scandalo degli abusi nella Chiesa.</p><p>Perché soltanto in Italia non è ancora scoppiato il caso degli abusi nella Chiesa cattolica? Perché il sistema di copertura degli abusatori è ancora in piedi ed efficace, coinvolge decine e decine di preti e vescovi ed è tacitamente approvato da <strong>papa Francesco</strong>.</p><p>Il podcast La Confessione ricostruisce come la Chiesa italiana silenzia le denunce delle vittime, copre i preti sotto accusa e nasconde lo scandalo. E sono loro, i preti, a raccontarlo.</p><p>“Ho insabbiato questa storia”, dice il vescovo di Piazza Armerina <strong>Rosario Gisana</strong>, intercettato al telefono mentre parla con don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale in primo grado a Enna martedì 5 marzo.</p><p>Per la prima volta possiamo ascoltare direttamente i protagonisti di una vicenda di abusi spiegare come funziona il sistema per insabbiare e depistare, come si usano le risorse della Chiesa per tacitare le vittime e lasciare gli abusatori impuniti. Secondo Gisana, le accuse di violenza sessuale per Rugolo sono un dono di Dio, “per diventare santo”.</p><p><strong>Antonio Messina</strong> è un ragazzo di Enna che per anni è stato abusato da don Rugolo, fin da quando era minorenne. Nel 2014 inizia a chiedere giustizia alle strutture ecclesiastiche, dieci anni dopo arriva la sentenza della magistratura ordinaria.</p><p>Grazie alla sua denuncia, sono emersi i documenti audio su cui si basa questo podcast: intercettazioni telefoniche e dialoghi registrati dai protagonisti all’insaputa l’uno dell’altro.</p><p><strong>Sulla newsletter Appunti </strong>troverete approfondimenti e commenti ai temi trattati nel podcast.</p><p>Per sostenere il progetto della Confessione, seguite il podcast e cliccate sulla campanella, per essere informati sui prossimi episodi.</p><h2>La Confessione</h2><p>è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme</p><p>Autori:</p><p><strong>Stefano Feltri</strong></p><p><strong>Giorgio Meletti</strong></p><p><strong>Federica Tourn</strong></p><p>Con la collaborazione di  <strong>Carmelo Rosa</strong></p><p>Consulenza musicale e sonora: <strong>Stefano Tumiati</strong></p><p>Produzione:</p><p><strong>Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati alla newsletter Appunti</strong></p><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Appunti di Geopolitica: Dopo l'egemonia americana</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/appunti-di-geopolitica-dopo-l-egemonia-americana--58687656</link>
      <description>In questo quarto episodio degli Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano arriviamo all’attualità, dopo essere partiti da lontano, dalla pace di Vestfalia nel 1648. Abbiamo raccontato come si muova il pendolo dall’ordine al disordine mondiale, come lo sviluppo ineguale dei paesi e delle aree generi tensioni che mettono in discussione le egemonie consolidate. Mentre qualcuno declina, qualcun’altro ascende e ambisce a prenderne il posto. E questo succede sempre, non c’è alcun momento che possiamo classificare come stasi. E quindi è ora di discutere della crisi dell’egemonia americana, di come questo percorso sia avviato su una traiettoria ben riconoscibile e senza ritorno, ma non lineare. Se la crisi in Medio Oriente rende evidente il caos seguito al progressivo ritiro di Washington dall’area, la guerra in Ucraina ha dato l’illusione che i pilastri dell’ordine mondiale americano fossero ancora in piedi - la garanzia di sicurezza all’Europa, la contrapposizione con la Russia - ma gli Stati Uniti non riescono più a reggere il loro ruolo. E dopo la fine dell’egemonia Usa, che cosa ci aspetta? Per saperne di più c'è la newsletter Appunti e il libro di Manlio Graziano Disordine mondiale (Mondadori)
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      <pubDate>Wed, 14 Feb 2024 21:41:12 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>In questo quarto episodio degli Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano arriviamo all’attualità, dopo essere partiti da lontano, dalla pace di Vestfalia nel 1648. 

Abbiamo raccontato come si muova il pendolo dall’ordine al disordine mondiale, come...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>In questo quarto episodio degli Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano arriviamo all’attualità, dopo essere partiti da lontano, dalla pace di Vestfalia nel 1648. Abbiamo raccontato come si muova il pendolo dall’ordine al disordine mondiale, come lo sviluppo ineguale dei paesi e delle aree generi tensioni che mettono in discussione le egemonie consolidate. Mentre qualcuno declina, qualcun’altro ascende e ambisce a prenderne il posto. E questo succede sempre, non c’è alcun momento che possiamo classificare come stasi. E quindi è ora di discutere della crisi dell’egemonia americana, di come questo percorso sia avviato su una traiettoria ben riconoscibile e senza ritorno, ma non lineare. Se la crisi in Medio Oriente rende evidente il caos seguito al progressivo ritiro di Washington dall’area, la guerra in Ucraina ha dato l’illusione che i pilastri dell’ordine mondiale americano fossero ancora in piedi - la garanzia di sicurezza all’Europa, la contrapposizione con la Russia - ma gli Stati Uniti non riescono più a reggere il loro ruolo. E dopo la fine dell’egemonia Usa, che cosa ci aspetta? Per saperne di più c'è la newsletter Appunti e il libro di Manlio Graziano Disordine mondiale (Mondadori)
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        <![CDATA[In questo quarto episodio degli Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano arriviamo all’attualità, dopo essere partiti da lontano, dalla pace di Vestfalia nel 1648. <br><br>Abbiamo raccontato come si muova il pendolo dall’ordine al disordine mondiale, come lo sviluppo ineguale dei paesi e delle aree generi tensioni che mettono in discussione le egemonie consolidate. Mentre qualcuno declina, qualcun’altro ascende e ambisce a prenderne il posto. E questo succede sempre, non c’è alcun momento che possiamo classificare come stasi. <br><br>E quindi è ora di discutere della crisi dell’egemonia americana, di come questo percorso sia avviato su una traiettoria ben riconoscibile e senza ritorno, ma non lineare. <br><br>Se la crisi in Medio Oriente rende evidente il caos seguito al progressivo ritiro di Washington dall’area, la guerra in Ucraina ha dato l’illusione che i pilastri dell’ordine mondiale americano fossero ancora in piedi - la garanzia di sicurezza all’Europa, la contrapposizione con la Russia - ma gli Stati Uniti non riescono più a reggere il loro ruolo. <br><br>E dopo la fine dell’egemonia Usa, che cosa ci aspetta? <br><br><br>Per saperne di più c'è la newsletter <a href="https://appunti.substack.com/publish/post/141310734?back=%2Fpublish%2Fposts%2Fdrafts">Appunti</a> e il libro di Manlio Graziano <a href="https://www.amazon.it/Disordine-mondiale-Manlio-Graziano/dp/8804778660">Disordine mondiale</a> (Mondadori)<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Appunti di Geopolitica: Come spartirsi il mondo</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/appunti-di-geopolitica-come-spartirsi-il-mondo--58561759</link>
      <description>L’ordine di Yalta è la sanzione della vittoria assoluta degli Stati Uniti sui suoi competitori. È un passaggio storico fondamentale.La Seconda guerra mondiale per gli Stati Uniti è stata in realtà composta da due guerre mondiali, con alleati diversi.C’è una guerra in Europa in cui l’Unione sovietica è alleata e cobelligerante, e c’è una guerra in Asia in cui l’Unione Sovietica non è cobelligerante.Quello che è successo nella Seconda guerra mondiale è un inedito assoluto nel corso della storia: si è affermato un paese in grado di sconfiggere tutti i suoi competitori, e quando dico tutti i suoi competitori non mi riferisco soltanto alla Germania e al Giappone, ma anche alla Gran Bretagna, che era il competitore principale.Nel terzo episodio di questo ciclo di Appunti di geopolitica, con Manlio Graziano approfondiamo l'interpretazione degli eventi seguiti alla Seconda guerra mondiale. La spartizione del mondo tra Stati Uniti e Russia e la costruzione dell'ideologia della Guerra fredda. Per saperne di più c'è la newsletter Appunti e il libro di Manlio Graziano Disordine mondiale (Mondadori)
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      <pubDate>Sun, 04 Feb 2024 10:32:36 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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La Seconda guerra mondiale per gli Stati Uniti è stata in realtà composta da due guerre mondiali, con alleati...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>L’ordine di Yalta è la sanzione della vittoria assoluta degli Stati Uniti sui suoi competitori. È un passaggio storico fondamentale.La Seconda guerra mondiale per gli Stati Uniti è stata in realtà composta da due guerre mondiali, con alleati diversi.C’è una guerra in Europa in cui l’Unione sovietica è alleata e cobelligerante, e c’è una guerra in Asia in cui l’Unione Sovietica non è cobelligerante.Quello che è successo nella Seconda guerra mondiale è un inedito assoluto nel corso della storia: si è affermato un paese in grado di sconfiggere tutti i suoi competitori, e quando dico tutti i suoi competitori non mi riferisco soltanto alla Germania e al Giappone, ma anche alla Gran Bretagna, che era il competitore principale.Nel terzo episodio di questo ciclo di Appunti di geopolitica, con Manlio Graziano approfondiamo l'interpretazione degli eventi seguiti alla Seconda guerra mondiale. La spartizione del mondo tra Stati Uniti e Russia e la costruzione dell'ideologia della Guerra fredda. Per saperne di più c'è la newsletter Appunti e il libro di Manlio Graziano Disordine mondiale (Mondadori)
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      <title>Appunti di Geopolitica: La guerra è inevitabile?</title>
      <link>https://appunti.substack.com/publish/post/140867388?back=%2Fpublish%2Fposts%2Fdrafts</link>
      <description>Tutta la politica internazionale si può leggere come una competizione per l’egemonia: la potenza in ascesa contende la posizione di primazia all’egemone, che prova a difendersi. Chi è al vertice è destinato a cadere, e di solito il passaggio da un egemone all’altro passa attraverso guerre sanguinose. L’ordine mondiale è dunque un’illusione, è soltanto la parentesi in attesa della prossima guerra? La guerra è inevitabile? Questo è l’argomento del secondo episodio di Appunti di Geopolitica, il podcast con Manlio Graziano. E’ una serie di quattro episodi, se volete che continui, potete suggerire argomenti o modifiche a appunti@substack.com Manlio Graziano vive a Parigi, dove insegna Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di SciencesPo e alla Sorbona. Dirige il Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis, scrive su «Limes», «Gnosis» e il «Corriere della Sera» e collabora regolarmente con «International Affairs Forum». Il suo ultimo libro è Disordine mondiale (Mondadori) che è diventato lo spunto per la serie di podcast Appunti di Geopolitica.
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      <pubDate>Sat, 27 Jan 2024 16:17:42 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>Tutta la politica internazionale si può leggere come una competizione per l’egemonia: la potenza in ascesa contende la posizione di primazia all’egemone, che prova a difendersi. Chi è al vertice è destinato a cadere, e di solito il passaggio da un egemone all’altro passa attraverso guerre sanguinose. L’ordine mondiale è dunque un’illusione, è soltanto la parentesi in attesa della prossima guerra? La guerra è inevitabile? Questo è l’argomento del secondo episodio di Appunti di Geopolitica, il podcast con Manlio Graziano. E’ una serie di quattro episodi, se volete che continui, potete suggerire argomenti o modifiche a appunti@substack.com Manlio Graziano vive a Parigi, dove insegna Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di SciencesPo e alla Sorbona. Dirige il Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis, scrive su «Limes», «Gnosis» e il «Corriere della Sera» e collabora regolarmente con «International Affairs Forum». Il suo ultimo libro è Disordine mondiale (Mondadori) che è diventato lo spunto per la serie di podcast Appunti di Geopolitica.
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      <title>Appunti di Geopolitica: Dall’ordine al disordine</title>
      <link>https://appunti.substack.com/publish/post/140861568?back=%2Fpublish%2Fposts%2Fdrafts</link>
      <description>Inizia con questo primo episodio un ciclo di quattro puntate di Appunti di Geopolitica: con Manlio Graziano seguiamo il filo del ragionamento sviluppato nel nuovo libro di Manlio Disordine mondiale, in uscita il 23 gennaio per Mondadori. Partiamo dalla pace di Vestfalia del 1648 con la nascita dell’idea di Stato moderno, per esplorare la grande tensione al centro delle relazioni internazionali e, più in generale, della politica: ogni Stato che è in condizione di farlo, cerca di conquistare il ruolo di potenza egemonica, ma quando ci riesce mette le basi per la propria caduta, cioè per essere sostituito da un nuovo egemone che a sua volta seguirà la stessa traiettoria.La geopolitica è la disciplina analitica che permette di seguire questo pendolo tra ordine e disordine, capire in quale momento della sua oscillazione ci troviamo e adottare così i comportamenti coerenti con la minimizzazione del danno. Senza essere velleitari, senza condannarsi alla sconfitta.In queste puntate non troverete il commento all’attualità, a volte vi sembrerà che prenderemo la discussione un po’ alla lontana, ma se seguite il ragionamento vi accorgerete che bisogna per capire le tensioni tra Cina e Taiwan, la guerra di Gaza, le mosse di Vladimir Putin sull’Ucraina bisogna infilare gli occhiali giusti, quelli che consentono di vedere le trame profonde, le leggi quasi universali che incrociano la storia con la filosofia e con la strategia. Ogni puntata del podcast è accompagnata da un numero della newsletter Appunti che contiene una versione condensata ed editata della conversazione tra Manlio Graziano e me, per consentire anche a chi non ha tempo di ascoltare il podcast di farsi un’idea, e permettere a chi ha ascoltato di ritrovare e fissare meglio i concetti fondamentali. Manlio Graziano vive a Parigi, dove insegna Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di SciencesPo e alla Sorbona. Dirige il Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis, scrive su «Limes», «Gnosis» e il «Corriere della Sera» e collabora regolarmente con «International Affairs Forum». Il suo ultimo libro è Disordine mondiale (Mondadori) che è diventato lo spunto per la serie di podcast Appunti di Geopolitica.
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      <pubDate>Sat, 20 Jan 2024 09:58:07 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>Inizia con questo primo episodio un ciclo di quattro puntate di Appunti di Geopolitica: con Manlio Graziano seguiamo il filo del ragionamento sviluppato nel nuovo libro di Manlio Disordine mondiale, in uscita il 23 gennaio per Mondadori. Partiamo dalla pace di Vestfalia del 1648 con la nascita dell’idea di Stato moderno, per esplorare la grande tensione al centro delle relazioni internazionali e, più in generale, della politica: ogni Stato che è in condizione di farlo, cerca di conquistare il ruolo di potenza egemonica, ma quando ci riesce mette le basi per la propria caduta, cioè per essere sostituito da un nuovo egemone che a sua volta seguirà la stessa traiettoria.La geopolitica è la disciplina analitica che permette di seguire questo pendolo tra ordine e disordine, capire in quale momento della sua oscillazione ci troviamo e adottare così i comportamenti coerenti con la minimizzazione del danno. Senza essere velleitari, senza condannarsi alla sconfitta.In queste puntate non troverete il commento all’attualità, a volte vi sembrerà che prenderemo la discussione un po’ alla lontana, ma se seguite il ragionamento vi accorgerete che bisogna per capire le tensioni tra Cina e Taiwan, la guerra di Gaza, le mosse di Vladimir Putin sull’Ucraina bisogna infilare gli occhiali giusti, quelli che consentono di vedere le trame profonde, le leggi quasi universali che incrociano la storia con la filosofia e con la strategia. Ogni puntata del podcast è accompagnata da un numero della newsletter Appunti che contiene una versione condensata ed editata della conversazione tra Manlio Graziano e me, per consentire anche a chi non ha tempo di ascoltare il podcast di farsi un’idea, e permettere a chi ha ascoltato di ritrovare e fissare meglio i concetti fondamentali. Manlio Graziano vive a Parigi, dove insegna Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di SciencesPo e alla Sorbona. Dirige il Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis, scrive su «Limes», «Gnosis» e il «Corriere della Sera» e collabora regolarmente con «International Affairs Forum». Il suo ultimo libro è Disordine mondiale (Mondadori) che è diventato lo spunto per la serie di podcast Appunti di Geopolitica.
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        <![CDATA[Inizia con questo primo episodio un ciclo di quattro puntate di Appunti di Geopolitica: con Manlio Graziano seguiamo il filo del ragionamento sviluppato nel nuovo libro di Manlio <a href="https://www.amazon.it/Disordine-mondiale-Manlio-Graziano/dp/8804778660">Disordine mondiale, in uscita il 23 gennaio per Mondadori</a>. <br><br>Partiamo dalla pace di Vestfalia del 1648 con la nascita dell’idea di Stato moderno, per esplorare la grande tensione al centro delle relazioni internazionali e, più in generale, della politica: ogni Stato che è in condizione di farlo, cerca di conquistare il ruolo di potenza egemonica, ma quando ci riesce mette le basi per la propria caduta, cioè per essere sostituito da un nuovo egemone che a sua volta seguirà la stessa traiettoria.<br><br>La geopolitica è la disciplina analitica che permette di seguire questo pendolo tra ordine e disordine, capire in quale momento della sua oscillazione ci troviamo e adottare così i comportamenti coerenti con la minimizzazione del danno. Senza essere velleitari, senza condannarsi alla sconfitta.<br><br>In queste puntate non troverete il commento all’attualità, a volte vi sembrerà che prenderemo la discussione un po’ alla lontana, ma se seguite il ragionamento vi accorgerete che bisogna per capire le tensioni tra Cina e Taiwan, la guerra di Gaza, le mosse di Vladimir Putin sull’Ucraina bisogna infilare gli occhiali giusti, quelli che consentono di vedere le trame profonde, le leggi quasi universali che incrociano la storia con la filosofia e con la strategia. <br><br>Ogni puntata del podcast è accompagnata da un numero della <a href="https://appunti.substack.com/">newsletter Appunti</a> che contiene una versione condensata ed editata della conversazione tra Manlio Graziano e me, per consentire anche a chi non ha tempo di ascoltare il podcast di farsi un’idea, e permettere a chi ha ascoltato di ritrovare e fissare meglio i concetti fondamentali. <br><br>Manlio Graziano vive a Parigi, dove insegna Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di SciencesPo e alla Sorbona. Dirige il Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis, scrive su «Limes», «Gnosis» e il «Corriere della Sera» e collabora regolarmente con «International Affairs Forum». Il suo ultimo libro è <a href="https://www.amazon.it/Disordine-mondiale-Manlio-Graziano/dp/8804778660https://www.amazon.it/Disordine-mondiale-Manlio-Graziano/dp/8804778660">Disordine mondiale (Mondadori) </a>che è diventato lo spunto per la serie di podcast Appunti di Geopolitica.<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>COP28 - L'inizio della fine per le fonti fossili e il futuro del clima - con Cinzia Bianco</title>
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      <description>Tutto faceva pensare che la Cop28 negli Emirati arabi sarebbe stata un disastro, anche perché era presieduta da un petroliere, Sultan Al-Jaber. E invece il risultato finale è stato accolto un po' da tutti come una sorpresa soprattutto perché per la prima volta nel testo dell'accordo finale si parla dell'abbandono delle fonti fossili.Le questioni climatiche sono facili in via di principio, ma sono difficilissime da interpretare quando si scende poi nel dettaglio negoziale.Però per fortuna possiamo contare sull'analisi di Cinzia Bianco, di rientro da Dubai. Cinzia Bianco è un’analista dello European Council on Foreign Relations, è un'esperta dei Paesi del Golfo e in quanto esperta dei Paesi del Golfo è diventata anche un'esperta di negoziati climatici dai quali il futuro dei Paesi del Golfo dipende e in questi giorni ha seguito la COP28 a Dubai."La soluzione che si è trovata è ovviamente un compromesso che lascia una sorta di flessibilità, perché lascia la libertà di adattare ad ogni singolo paese i criteri ed i contesti ma la percezione prevalente ora è che è iniziata la fine dell'era fossile, ed è questo che conta veramente perché questa percezione ha un impatto diretto su dove i grandi investitori per mettono i loro capitali"Per leggere analisi e commenti, potete iscrivervi alla newsletter Appunti
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      <pubDate>Thu, 14 Dec 2023 18:23:35 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>Tutto faceva pensare che la Cop28 negli Emirati arabi sarebbe stata un disastro, anche perché era presieduta da un petroliere, Sultan Al-Jaber. E invece il risultato finale è stato accolto un po' da tutti come una sorpresa soprattutto perché per la prima volta nel testo dell'accordo finale si parla dell'abbandono delle fonti fossili.Le questioni climatiche sono facili in via di principio, ma sono difficilissime da interpretare quando si scende poi nel dettaglio negoziale.Però per fortuna possiamo contare sull'analisi di Cinzia Bianco, di rientro da Dubai. Cinzia Bianco è un’analista dello European Council on Foreign Relations, è un'esperta dei Paesi del Golfo e in quanto esperta dei Paesi del Golfo è diventata anche un'esperta di negoziati climatici dai quali il futuro dei Paesi del Golfo dipende e in questi giorni ha seguito la COP28 a Dubai."La soluzione che si è trovata è ovviamente un compromesso che lascia una sorta di flessibilità, perché lascia la libertà di adattare ad ogni singolo paese i criteri ed i contesti ma la percezione prevalente ora è che è iniziata la fine dell'era fossile, ed è questo che conta veramente perché questa percezione ha un impatto diretto su dove i grandi investitori per mettono i loro capitali"Per leggere analisi e commenti, potete iscrivervi alla newsletter Appunti
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      <title>Il caso Giulia Cecchettin: Cosa c'è nella testa degli uomini violenti? Con Cristina Oddone</title>
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      <description>Per la prima volta da molto tempo, la questione è in cima all’agenda della discussione pubblica e della politica. Ma in questo caso la politica arriva dopo la società. E’ l’effetto del femminicidio di Giulia Cecchettin.Ci sono molte ragioni per cui questo omicidio non ha lasciato indifferenti come i tanti altri che l’hanno preceduto e già seguito.A mio parere la principale è che ha riproposto la questione come divisiva, problematica, dopo che era stata normalizzata dalle tante diluizioni simboliche.Quando qualcosa arriva a Sanremo - vedi Chiara Ferragni e il suo abito “Pensati libera” - significa che è diventato innocuo. La morte di Giulia Cecchettin, invece, ha ricordato che la violenza di genere non è un argomento di discussione come gli altri. E che molte delle semplificazioni non reggono. Se il femminicidio è un retaggio e la manifestazione più tragica della cultura patriarcale, perché giovani uomini cresciuti in una società molto più paritaria di quella dei loro genitori ne sembrano rinnovati interpreti? Ho cercato di capirne di più in una conversazione con Cristina Oddone, sociologa, ricercatrice e docente all’Università di Strasburgo, che ha studiato a lungo il fenomeno della violenza maschile. Sia nella sua cornice interpretativa, che nelle sue dinamiche concrete: ha condotto ricerche etnografiche con lunghe interviste a uomini violenti nei centri di assistenza, sia in Italia che in Francia. Ne ha scritto in un libro importante,Uomini normali (Rosenberg &amp; Sellers). Se sono uomini normali, non mostri, non geneticamente diversi, quelli che finiscono per interpretare in modo violento il contesto sociale nel quale sono cresciuti e gli squilibri di genere che lo caratterizzano, allora siamo tutti femminicidi in potenza? 
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      <pubDate>Fri, 24 Nov 2023 18:18:24 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <title>Dall'Ucraina a Gaza: le fratture della guerra estesa - con Gilles Gressani</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/dall-ucraina-a-gaza-le-fratture-della-guerra-estesa-con-gilles-gressani--57692531</link>
      <description>“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice - salve ragazzi, com’è l’acqua? - i due pesci giovano nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: - Che cavolo è l’acqua”?. Si apre con questa parabola, una citazione dallo scrittore David Foster Wallace, il primo volume italiano della più interessante rivista di riflessioni su cose internazionali in circolazione, cioè Il Grand Continent, diretto da Gilles Gressani che firma l’introduzione assieme a Mathéo Malik. Ho intervistato Gilles Gressani per il podcast di Appunti e nella seconda parte della conversazione racconta anche in sintesi l’esperimento del Grand Continent: una rivista di riflessione e analisi europea, nata in Francia ma disponibile anche in altre lingue, italiano incluso, per stare nei dibattiti nazionali invece che soltanto nella bolla di chi legge l’inglese o in quella - ancora più piccola e autoreferenziale - di chi parla di Europa da Bruxelles e con il gergo delle istituzioni europee. In questo momento il dibattito delle idee potrebbe sembrare un lusso che non possiamo permetterci: l’acqua in cui noi, pesci occidentali, nuotavamo senza pensarci troppo si è prosciugata. Il mare di quella approssimazione della pace che ha reso possibile la nostra prosperità nel lungo Dopoguerra protetto dalla potenza militare americana si è aperto lasciandoci intravedere cosa c’è sotto.Non la sicurezza del fondale, ma l’asperità minacciosa di scogli aguzzi e impietosi, gli scogli della guerra, della violenza, della necessità di sopravvivenza. Per fare una analogia finanziaria, l’Ucraina è stato il fallimento di Bear Stearns, Hamas e Israele sono stati Lehman Brothers. La crisi di sistema era già evidente al primo terremoto, ma è con il secondo - anche se più circoscritto - che cambia la percezione complessiva, che si passa dal timore al panico e - forse - alla risposta. Magari alla soluzione. Per questo servono le idee. Nella teoria delle relazioni internazionali le idee contano ancor più che in economia. Oggi prevale l’uso della parola “geopolitica” per spiegare i rapporti tra stati e popoli, ma la geopolitica è una specie di vincolo esterno alle azioni dei singoli che devono confrontarsi con il peso della storia e le implicazioni del contesto geografico, sociale, economico. All’interno di quel perimetro geopolitico, però, rimane lo spazio per agire. Se gli obiettivi sono chiari e i mezzi coerenti. Per seguire Appunti: https://appunti.substack.com/
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      <pubDate>Fri, 17 Nov 2023 23:17:31 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice - salve ragazzi, com’è l’acqua? - i due pesci giovano nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: - Che cavolo è l’acqua”?. Si apre con questa parabola, una citazione dallo scrittore David Foster Wallace, il primo volume italiano della più interessante rivista di riflessioni su cose internazionali in circolazione, cioè Il Grand Continent, diretto da Gilles Gressani che firma l’introduzione assieme a Mathéo Malik. Ho intervistato Gilles Gressani per il podcast di Appunti e nella seconda parte della conversazione racconta anche in sintesi l’esperimento del Grand Continent: una rivista di riflessione e analisi europea, nata in Francia ma disponibile anche in altre lingue, italiano incluso, per stare nei dibattiti nazionali invece che soltanto nella bolla di chi legge l’inglese o in quella - ancora più piccola e autoreferenziale - di chi parla di Europa da Bruxelles e con il gergo delle istituzioni europee. In questo momento il dibattito delle idee potrebbe sembrare un lusso che non possiamo permetterci: l’acqua in cui noi, pesci occidentali, nuotavamo senza pensarci troppo si è prosciugata. Il mare di quella approssimazione della pace che ha reso possibile la nostra prosperità nel lungo Dopoguerra protetto dalla potenza militare americana si è aperto lasciandoci intravedere cosa c’è sotto.Non la sicurezza del fondale, ma l’asperità minacciosa di scogli aguzzi e impietosi, gli scogli della guerra, della violenza, della necessità di sopravvivenza. Per fare una analogia finanziaria, l’Ucraina è stato il fallimento di Bear Stearns, Hamas e Israele sono stati Lehman Brothers. La crisi di sistema era già evidente al primo terremoto, ma è con il secondo - anche se più circoscritto - che cambia la percezione complessiva, che si passa dal timore al panico e - forse - alla risposta. Magari alla soluzione. Per questo servono le idee. Nella teoria delle relazioni internazionali le idee contano ancor più che in economia. Oggi prevale l’uso della parola “geopolitica” per spiegare i rapporti tra stati e popoli, ma la geopolitica è una specie di vincolo esterno alle azioni dei singoli che devono confrontarsi con il peso della storia e le implicazioni del contesto geografico, sociale, economico. All’interno di quel perimetro geopolitico, però, rimane lo spazio per agire. Se gli obiettivi sono chiari e i mezzi coerenti. Per seguire Appunti: https://appunti.substack.com/
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      <title>Da Gaza al Libano: la guerra di Hezbollah e Nasrallah - con Riccardo Cristiano</title>
      <link>https://appunti.substack.com/</link>
      <description>Il rischio è che la guerra di Gaza diventi regionale, con il coinvolgimento dell’Iran o delle sue emanazioni. A quel punto forse Netanyahu riuscirebbe a rimanere al potere - perché non si cambia governo in piena guerra - ma il presidente americano Joe Biden faticherebbe ancora di più a evitare catastrofi. Il 3 novembre ha parlato in diretta televisiva il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, con un discorso annunciato da giorni e atteso come quello di un protagonista della nuova geopolitica. E già questo indica che i gruppi dell’islam radicale e terroristico hanno ottenuto il risultato più importante per loro, grazie alla strage del 7 ottobre: tutto il Medio Oriente, e anche il resto del mondo, è appeso alle mosse di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano. Un discorso molto attento a rispettare l’equilibrio tra esibizioni di potere e necessità di evitare di dimostrarlo. Per capire meglio cosa sta succedendo e come interpretare il discorso di Nasrallah, ho chiesto aiuto a Riccardo Cristiano, che ho conosciuto da poco ma che, grazie alla sua lunga esperienza in Medio Oriente e ai tanti rapport nell’area, soprattutto a Beirut, è la persona più adatta per fare un po’ di chiarezza.
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      <pubDate>Fri, 03 Nov 2023 19:18:39 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>Il rischio è che la guerra di Gaza diventi regionale, con il coinvolgimento dell’Iran o delle sue emanazioni. A quel punto forse Netanyahu riuscirebbe a rimanere al potere - perché non si cambia governo in piena guerra - ma il presidente americano Joe Biden faticherebbe ancora di più a evitare catastrofi. Il 3 novembre ha parlato in diretta televisiva il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, con un discorso annunciato da giorni e atteso come quello di un protagonista della nuova geopolitica. E già questo indica che i gruppi dell’islam radicale e terroristico hanno ottenuto il risultato più importante per loro, grazie alla strage del 7 ottobre: tutto il Medio Oriente, e anche il resto del mondo, è appeso alle mosse di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano. Un discorso molto attento a rispettare l’equilibrio tra esibizioni di potere e necessità di evitare di dimostrarlo. Per capire meglio cosa sta succedendo e come interpretare il discorso di Nasrallah, ho chiesto aiuto a Riccardo Cristiano, che ho conosciuto da poco ma che, grazie alla sua lunga esperienza in Medio Oriente e ai tanti rapport nell’area, soprattutto a Beirut, è la persona più adatta per fare un po’ di chiarezza.
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        <![CDATA[Il rischio è che la guerra di Gaza diventi regionale, con il coinvolgimento dell’Iran o delle sue emanazioni. A quel punto forse Netanyahu riuscirebbe a rimanere al potere - perché non si cambia governo in piena guerra - ma il presidente americano Joe Biden faticherebbe ancora di più a evitare catastrofi. <br><br>Il 3 novembre ha parlato in diretta televisiva il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, con un discorso annunciato da giorni e atteso come quello di un protagonista della nuova geopolitica. <br><br>E già questo indica che i gruppi dell’islam radicale e terroristico hanno ottenuto il risultato più importante per loro, grazie alla strage del 7 ottobre: tutto il Medio Oriente, e anche il resto del mondo, è appeso alle mosse di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano. <br><a href="https://us18.campaign-archive.com/?e=0f947cdb80&amp;u=d3bceadb340d6af4daf1de00d&amp;id=459e9826a1"></a><br>Un discorso molto attento a rispettare l’equilibrio tra esibizioni di potere e necessità di evitare di dimostrarlo. <br><br>Per capire meglio cosa sta succedendo e come interpretare il discorso di Nasrallah, ho chiesto aiuto a Riccardo Cristiano, che ho conosciuto da poco ma che, grazie alla sua lunga esperienza in Medio Oriente e ai tanti rapport nell’area, soprattutto a Beirut, è la persona più adatta per fare un po’ di chiarezza.<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>La guerra totale in Medio Oriente - con Cinzia Bianco</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/la-guerra-totale-in-medio-oriente-con-cinzia-bianco--57355109</link>
      <description>L’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre si è rapidamente trasformato in qualcosa di diverso di una azione terroristica, per quanto la più drammatica nella storia del conflitto israelo-palestinese.Tutti gli attori della regione hanno preso posizione, nessuno può rimanere in disparte perché la strage di Hamas e la successiva reazione di Israele si inseriscono in dinamiche di lungo periodo che negli ultimi anni hanno riconfigurato i rapporti nella regione.Dagli accordi di Abramo con la normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele al tentativo di replicare lo stesso schema con l’Arabia Saudita che forse ha innescato la reazione di Hamas.Perché dietro Hamas c’è oggi - anche - l’Iran che a sua volta perseguiva il tentativo di stringere i rapporti con lo storico rivale nel mondo islamico, visto che l’Arabia Saudita è il riferimento dell’Islam sunnita e l’Iran di quello sciita.Tra le grandi potenze regionali si sono inseriti, in questi anni, i piccoli paesi del Golfo che sono diventati sempre più influenti, anche per operazioni di soft power di livello globale: il Qatar ha ospitato il mondiale di calcio, gli Emirati avranno il vertice Onu sul clima Cop 28 a fine novembre.Per analizzare le dinamiche complesse di una regione in fermento, ho chiesto aiuto a Cinzia Bianco, che è un’esperta di paesi del Golfo, ha lavorato con la Commissione europea e oggi è visiting fellow allo European Council on Foreign Relations, un think tank concentrato sulle sfide globali dell’Unione europea.Cinzia Bianco ha anche pubblicato da poco, con Matteo Legrenzi, un libro che è una imprescindibile guida al Medio Oriente, molto prezioso in questa fase confusa.Con lei ho discusso di escalation, Iran, Qatar, Arabia Saudita, Emirati e molto altro nel nuovo episodio del podcast Appunti.
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      <pubDate>Mon, 23 Oct 2023 14:43:09 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>L’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre si è rapidamente trasformato in qualcosa di diverso di una azione terroristica, per quanto la più drammatica nella storia del conflitto israelo-palestinese.

Tutti gli attori della regione hanno preso...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>L’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre si è rapidamente trasformato in qualcosa di diverso di una azione terroristica, per quanto la più drammatica nella storia del conflitto israelo-palestinese.Tutti gli attori della regione hanno preso posizione, nessuno può rimanere in disparte perché la strage di Hamas e la successiva reazione di Israele si inseriscono in dinamiche di lungo periodo che negli ultimi anni hanno riconfigurato i rapporti nella regione.Dagli accordi di Abramo con la normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele al tentativo di replicare lo stesso schema con l’Arabia Saudita che forse ha innescato la reazione di Hamas.Perché dietro Hamas c’è oggi - anche - l’Iran che a sua volta perseguiva il tentativo di stringere i rapporti con lo storico rivale nel mondo islamico, visto che l’Arabia Saudita è il riferimento dell’Islam sunnita e l’Iran di quello sciita.Tra le grandi potenze regionali si sono inseriti, in questi anni, i piccoli paesi del Golfo che sono diventati sempre più influenti, anche per operazioni di soft power di livello globale: il Qatar ha ospitato il mondiale di calcio, gli Emirati avranno il vertice Onu sul clima Cop 28 a fine novembre.Per analizzare le dinamiche complesse di una regione in fermento, ho chiesto aiuto a Cinzia Bianco, che è un’esperta di paesi del Golfo, ha lavorato con la Commissione europea e oggi è visiting fellow allo European Council on Foreign Relations, un think tank concentrato sulle sfide globali dell’Unione europea.Cinzia Bianco ha anche pubblicato da poco, con Matteo Legrenzi, un libro che è una imprescindibile guida al Medio Oriente, molto prezioso in questa fase confusa.Con lei ho discusso di escalation, Iran, Qatar, Arabia Saudita, Emirati e molto altro nel nuovo episodio del podcast Appunti.
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        <![CDATA[L’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre si è rapidamente trasformato in qualcosa di diverso di una azione terroristica, per quanto la più drammatica nella storia del conflitto israelo-palestinese.<br><br>Tutti gli attori della regione hanno preso posizione, nessuno può rimanere in disparte perché la strage di Hamas e la successiva reazione di Israele si inseriscono in dinamiche di lungo periodo che negli ultimi anni hanno riconfigurato i rapporti nella regione.<br><br>Dagli accordi di Abramo con la normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele al tentativo di replicare lo stesso schema con l’Arabia Saudita che forse ha innescato la reazione di Hamas.<br><br>Perché dietro Hamas c’è oggi - anche - l’Iran che a sua volta perseguiva il tentativo di stringere i rapporti con lo storico rivale nel mondo islamico, visto che l’Arabia Saudita è il riferimento dell’Islam sunnita e l’Iran di quello sciita.<br><br>Tra le grandi potenze regionali si sono inseriti, in questi anni, i piccoli paesi del Golfo che sono diventati sempre più influenti, anche per operazioni di soft power di livello globale: il Qatar ha ospitato il mondiale di calcio, gli Emirati avranno il vertice Onu sul clima Cop 28 a fine novembre.<br><br>Per analizzare le dinamiche complesse di una regione in fermento, ho chiesto aiuto a Cinzia Bianco, che è un’esperta di paesi del Golfo, ha lavorato con la Commissione europea e oggi è visiting fellow allo European Council on Foreign Relations, un think tank concentrato sulle sfide globali dell’Unione europea.Cinzia Bianco ha anche pubblicato da poco, con Matteo Legrenzi, un libro che è una imprescindibile guida al Medio Oriente, molto prezioso in questa fase confusa.<br><br>Con lei ho discusso di escalation, Iran, Qatar, Arabia Saudita, Emirati e molto altro nel nuovo episodio del podcast Appunti.<br><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Il primo anno di governo di Giorgia Meloni: una storia molto di destra - con Piero Ignazi</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/il-primo-anno-di-governo-di-giorgia-meloni-una-storia-molto-di-destra-con-piero-ignazi--57293035</link>
      <description>mentre siamo tutti concentrati sul Medio Oriente, si avvicina il primo anniversario del governo Meloni, che si è insediato il 22 ottobre 2022.Su Appunti ne parleremo ampiamente, ma intanto vi sottopongo il podcast che ho fatto con Piero Ignazi, professore all’Università di Bologna, tra i politologi italiani più noti che per una lunga parte della sua carriera si è occupato di destra, italiana ed europea. Da poco il Mulino ha ripubblicato il suo fondamentale saggio del 1989 Il polo escluso, una storia della destra italiana dal Movimento sociale italiano a Fratelli d’Italia, con un capitolo conclusivo dedicato a Meloni. Il sottotitolo del libro dice tutto: “La fiamma che non si spegne - da Almirante a Meloni”: Ignazi sottolinea la profonda continuità identitaria con una storia lunga, quella del postfascismo italiano. Meloni, nell’analisi di Ignazi, si ricollega al Msi di Giorgio Almirante e cancella la parentesi di Alleanza nazionale e di Gianfranco Fini, colpevole di aver tradito “l’idea” con progressivi strappi verso il centro, fino a scomparire nell’irrilevanza dopo la rottura con Silvio Berlusconi nel 2010 (qualcuno si ricorda ancora di Futuro e libertà?). In questa traiettoria, è illusorio aspettarsi che Giorgia Meloni ripercorra un percorso di progressiva rinuncia alle asperità delle origini e alla sua matrice chiaramente di destra.Anzi, Fratelli d’Italia è nato proprio per rivendicare la continuità e presidiare una destra che l’allora partito unico voluto da Berlusconi, il Popolo della libertà, lasciava sguarnita.Però è vero pure che l’esperienza di governo trasforma, che il quadro intorno si modifica e richiede adattamenti: la sconfitta degli alleati di Vox in Spagna prima e poi quella del PiS in Polonia nel weekend lasciano Meloni priva di sponde europee sulla destra radicale, mentre la destra istituzionale del Partito popolare europeo ha un disperato bisogno dei suoi voti. Anche per rieleggere la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per un secondo mandato dopo le elezioni europee del 2024. Meloni, che non ha mai incluso nel suo ristretto gruppo dirigente del partito e del governo persone estranee alla tradizione postfascista (tranne Guido Crosetto e Raffaele Fitto), pagherà il prezzo della fedeltà alla propria storia o diventerà la conservatrice moderata che molti auspicano?Dalla risposta a questa domanda dipende molto del destino del paese, e un po’ anche l’identità dell’opposizione Pd-M5s che deve decidere se consolidarsi intorno alla differenza valoriale con la destra di Meloni (e - in sintesi - arroccarsi sull’antifascismo) o se sfidarla sul piano pragmatico delle proposte e dei programmi.Al momento non sta facendo davvero nessuna di queste due cose, con l’eccezione della battaglia sul salario minimo. Leggi Appunti: https://appunti.substack.com/
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      <pubDate>Wed, 18 Oct 2023 17:00:38 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>mentre siamo tutti concentrati sul Medio Oriente, si avvicina il primo anniversario del governo Meloni, che si è insediato il 22 ottobre 2022.

Su Appunti ne parleremo ampiamente, ma intanto vi sottopongo il podcast che ho fatto con Piero Ignazi,...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>mentre siamo tutti concentrati sul Medio Oriente, si avvicina il primo anniversario del governo Meloni, che si è insediato il 22 ottobre 2022.Su Appunti ne parleremo ampiamente, ma intanto vi sottopongo il podcast che ho fatto con Piero Ignazi, professore all’Università di Bologna, tra i politologi italiani più noti che per una lunga parte della sua carriera si è occupato di destra, italiana ed europea. Da poco il Mulino ha ripubblicato il suo fondamentale saggio del 1989 Il polo escluso, una storia della destra italiana dal Movimento sociale italiano a Fratelli d’Italia, con un capitolo conclusivo dedicato a Meloni. Il sottotitolo del libro dice tutto: “La fiamma che non si spegne - da Almirante a Meloni”: Ignazi sottolinea la profonda continuità identitaria con una storia lunga, quella del postfascismo italiano. Meloni, nell’analisi di Ignazi, si ricollega al Msi di Giorgio Almirante e cancella la parentesi di Alleanza nazionale e di Gianfranco Fini, colpevole di aver tradito “l’idea” con progressivi strappi verso il centro, fino a scomparire nell’irrilevanza dopo la rottura con Silvio Berlusconi nel 2010 (qualcuno si ricorda ancora di Futuro e libertà?). In questa traiettoria, è illusorio aspettarsi che Giorgia Meloni ripercorra un percorso di progressiva rinuncia alle asperità delle origini e alla sua matrice chiaramente di destra.Anzi, Fratelli d’Italia è nato proprio per rivendicare la continuità e presidiare una destra che l’allora partito unico voluto da Berlusconi, il Popolo della libertà, lasciava sguarnita.Però è vero pure che l’esperienza di governo trasforma, che il quadro intorno si modifica e richiede adattamenti: la sconfitta degli alleati di Vox in Spagna prima e poi quella del PiS in Polonia nel weekend lasciano Meloni priva di sponde europee sulla destra radicale, mentre la destra istituzionale del Partito popolare europeo ha un disperato bisogno dei suoi voti. Anche per rieleggere la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per un secondo mandato dopo le elezioni europee del 2024. Meloni, che non ha mai incluso nel suo ristretto gruppo dirigente del partito e del governo persone estranee alla tradizione postfascista (tranne Guido Crosetto e Raffaele Fitto), pagherà il prezzo della fedeltà alla propria storia o diventerà la conservatrice moderata che molti auspicano?Dalla risposta a questa domanda dipende molto del destino del paese, e un po’ anche l’identità dell’opposizione Pd-M5s che deve decidere se consolidarsi intorno alla differenza valoriale con la destra di Meloni (e - in sintesi - arroccarsi sull’antifascismo) o se sfidarla sul piano pragmatico delle proposte e dei programmi.Al momento non sta facendo davvero nessuna di queste due cose, con l’eccezione della battaglia sul salario minimo. Leggi Appunti: https://appunti.substack.com/
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        <![CDATA[mentre siamo tutti concentrati sul Medio Oriente, si avvicina il primo anniversario del governo Meloni, che si è insediato il 22 ottobre 2022.<br><br>Su Appunti ne parleremo ampiamente, ma intanto vi sottopongo il podcast che ho fatto con Piero Ignazi, professore all’Università di Bologna, tra i politologi italiani più noti che per una lunga parte della sua carriera si è occupato di destra, italiana ed europea. <a href="https://substackcdn.com/image/fetch/f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1145c11e-5110-45af-90f1-069c5b4d0adf_432x554.png"><br><br></a><br>Da poco il Mulino ha ripubblicato il suo fondamentale saggio del 1989 <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815386557">Il polo escluso</a>, una storia della destra italiana dal Movimento sociale italiano a Fratelli d’Italia, con un capitolo conclusivo dedicato a Meloni. <br><br>Il sottotitolo del libro dice tutto: “La fiamma che non si spegne - da Almirante a Meloni”: Ignazi sottolinea la profonda continuità identitaria con una storia lunga, quella del postfascismo italiano.<a href="https://substackcdn.com/image/fetch/f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F56001a97-3577-46d8-b182-e6d35b7fc0ed_366x558.png"><br><br></a><br> Meloni, nell’analisi di Ignazi, si ricollega al Msi di Giorgio Almirante e cancella la parentesi di Alleanza nazionale e di Gianfranco Fini, colpevole di aver tradito “l’idea” con progressivi strappi verso il centro, fino a scomparire nell’irrilevanza dopo la rottura con Silvio Berlusconi nel 2010 (qualcuno si ricorda ancora di Futuro e libertà?). In questa traiettoria, è illusorio aspettarsi che Giorgia Meloni ripercorra un percorso di progressiva rinuncia alle asperità delle origini e alla sua matrice chiaramente di destra.<br><br>Anzi, Fratelli d’Italia è nato proprio per rivendicare la continuità e presidiare una destra che l’allora partito unico voluto da Berlusconi, il Popolo della libertà, lasciava sguarnita.<br><br>Però è vero pure che l’esperienza di governo trasforma, che il quadro intorno si modifica e richiede adattamenti: la sconfitta degli alleati di Vox in Spagna prima e poi quella del PiS in Polonia nel weekend lasciano Meloni priva di sponde europee sulla destra radicale, mentre la destra istituzionale del Partito popolare europeo ha un disperato bisogno dei suoi voti. <br><br>Anche per rieleggere la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per un secondo mandato dopo le elezioni europee del 2024. <br><br>Meloni, che non ha mai incluso nel suo ristretto gruppo dirigente del partito e del governo persone estranee alla tradizione postfascista (tranne Guido Crosetto e Raffaele Fitto), pagherà il prezzo della fedeltà alla propria storia o diventerà la conservatrice moderata che molti auspicano?<br><br>Dalla risposta a questa domanda dipende molto del destino del paese, e un po’ anche l’identità dell’opposizione Pd-M5s che deve decidere se consolidarsi intorno alla differenza valoriale con la destra di Meloni (e - in sintesi - arroccarsi sull’antifascismo) o se sfidarla sul piano pragmatico delle proposte e dei programmi.<br><br>Al momento non sta facendo davvero nessuna di queste due cose, con l’eccezione della battaglia sul salario minimo. <br><br>Leggi Appunti: https://appunti.substack.com/<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>La nuova guerra di Israele e il destino di Netanyahu - con Davide Lerner</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/la-nuova-guerra-di-israele-e-il-destino-di-netanyahu-con-davide-lerner--57182244</link>
      <description>Per anni il premier Benjamin Netanyahu ha costruito il mito della forza di Israele, sia in patria che all’estero. Soprattutto negli anni in cui poteva contare sulla sponda di Donald Trump alla Casa Bianca, Netanyahu ha cercato di cancellare la questione palestinese e l’esplosiva situazione di Gaza come se fosse ormai superata.Invece ora resterà nella storia come il premier che ha dovuto assistere al peggior attacco terroristico di sempre nella storia del paese.Le sue vicende giudiziarie, le accuse per corruzione, e il tentativo di sottomettere l’Alta corte di Israele al primato della politica lo hanno reso un paria nella politica internazionale, bandito dalla Casa Bianca, con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden che non ha voluto riceverlo dopo l’ultimo ritorno al potere.In patria gli era rimasto soltanto l’appoggio dell’ultradestra estremista, all’estero Giorgia Meloni era tra i pochi capi di governo ancora disponibili a incontrarlo e garantirgli legittimazione.Nel contesto della guerra in Ucraina, Netanyahu ha tenuto una posizione di complesso equilibrismo, non ostile a Vladimir Putin.C’è una connessione tra la parabola di Netanyahu e la fragilità del paese, come ha scritto il quotidiano di opposizione Haaretz che ne chiede le dimissioni immediate.Per il momento, però, sembra che Netanyahu guiderà invece un governo di larghe intese assieme a quei partiti che avevano rifiutato ogni alleanza con il premier.I grandi paesi occidentali - dagli Stati Uniti all’Italia - hanno emesso un comunicato di sostegno a Israele privo di ambiguità, che riconosce la legittimità delle rivendicazioni del popolo palestinese ma specifica che Hamas non le rappresenta. Hamas è un gruppo terroristico e come tale Israele deve trattarlo (circola l’incredibile cifra di 1.500 miliziani di Hamas già uccisi dall’esercito israeliano che ha ripreso, dopo tre giorni, il controllo delle cittadine intorno a Gaza).Dalle dinamiche interne alla politica israeliana dipende anche la reazione militare di Israele e quindi la vita di centinaia, forse migliaia, di persone, israeliane e palestinesi.Di tutte queste cose ho parlato con Davide Lerner, giornalista italiano oggi impegnato in un master alla Columbia University di New York, che ha lavorato per anni in Israele, con la tv I24 e Haaretz. Oggi è una delle voci più apprezzate di Radio3.Questo podcast è possibile grazie al sostegno degli abbonati e delle abbonate di Appunti che hanno scelto di contribuire al progetto con una delle nuove formule di abbonamento disponibili. Grazie a tutti e tutte loro.
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      <pubDate>Tue, 10 Oct 2023 16:36:41 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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        <![CDATA[Per anni il premier Benjamin Netanyahu ha costruito il mito della forza di Israele, sia in patria che all’estero. Soprattutto negli anni in cui poteva contare sulla sponda di Donald Trump alla Casa Bianca, Netanyahu ha cercato di cancellare la questione palestinese e l’esplosiva situazione di Gaza come se fosse ormai superata.Invece ora resterà nella storia come il premier che ha dovuto assistere al peggior attacco terroristico di sempre nella storia del paese.<br><br>Le sue vicende giudiziarie, le accuse per corruzione, e il tentativo di sottomettere l’Alta corte di Israele al primato della politica lo hanno reso un paria nella politica internazionale, bandito dalla Casa Bianca, con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden che non ha voluto riceverlo dopo l’ultimo ritorno al potere.In patria gli era rimasto soltanto l’appoggio dell’ultradestra estremista, all’estero Giorgia Meloni era tra i pochi capi di governo ancora disponibili a incontrarlo e garantirgli legittimazione.<br><br>Nel contesto della guerra in Ucraina, Netanyahu ha tenuto una posizione di complesso equilibrismo, non ostile a Vladimir Putin.<br><br>C’è una connessione tra la parabola di Netanyahu e la fragilità del paese, come ha scritto il quotidiano di opposizione<a href="https://www.haaretz.com/israel-news/2023-10-09/ty-article/.premium/netanyahu-must-go-now-not-after-the-gaza-war/0000018b-14f8-d2fc-a59f-d5f9b1fc0000"> Haaretz che ne chiede le dimissioni immediate</a>.<br><br>Per il momento, però, sembra che Netanyahu guiderà invece un governo di larghe intese assieme a quei partiti che avevano rifiutato ogni alleanza con il premier.I grandi paesi occidentali - dagli Stati Uniti all’Italia - hanno emesso un comunicato di sostegno a Israele privo di ambiguità, che riconosce la legittimità delle rivendicazioni del popolo palestinese ma specifica che Hamas non le rappresenta. <br><br>Hamas è un gruppo terroristico e come tale Israele deve trattarlo (circola l’incredibile cifra di 1.500 miliziani di Hamas già uccisi dall’esercito israeliano che ha ripreso, dopo tre giorni, il controllo delle cittadine intorno a Gaza).<br><br>Dalle dinamiche interne alla politica israeliana dipende anche la reazione militare di Israele e quindi la vita di centinaia, forse migliaia, di persone, israeliane e palestinesi.<br><br>Di tutte queste cose ho parlato con Davide Lerner, giornalista italiano oggi impegnato in un master alla Columbia University di New York, che ha lavorato per anni in Israele, con la tv I24 e Haaretz. Oggi è una delle voci più apprezzate di Radio3.<br><br>Questo podcast è possibile grazie al sostegno degli abbonati e delle abbonate di Appunti che hanno scelto di contribuire al progetto<a href="https://appunti.substack.com/p/appunti-su-appunti"> con una delle nuove formule di abbonamento disponibili</a>. Grazie a tutti e tutte loro.<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Come (non) battere l'inflazione, tra Bce e carrello tricolore - con Francesco Saraceno</title>
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      <description>Nella riunione di settembre la Banca centrale europea ha portato i tassi di interesse al 4,5 per cento, non sono mai stati così alti nella zona euro. Alzare il costo del denaro e ridurre la quantità di moneta in circolazione è l’approccio base delle banche centrali, a volte è efficace, ma ha molti effetti collaterali: il principale è che mette un freno ai prezzi perché rallenta la crescita economica - mutui e prestiti diventano più costosi - a volte fino alla recessione. Ci sono alternative?E cosa può fare la politica per non lasciare la gestione di una fase così complicata soltanto ai banchieri centrali? Il governo Meloni sta provando a offrire risposte, con risultati fin qui deludenti: esporre il prezzo medio dei carburanti non ha reso benzina e diesel più economici, il tavolo con i produttori di pasta voluto dal ministro del Made in Italy Adolfo Urso ha prodotto ben poco.Adesso c’è il “carrello tricolore”, ma dietro gli annunci ed i commenti entusiastici degli opinionisti di area c’è ben poco. I titoli sui siti dicono che supermercati e imprese si impegnano a offrire per tre mesi un paniere di beni a prezzo ridotto, riconoscibili da apposito logo tricolore. Ma basta leggere le linee guida per capire che non può funzionare perché è una misura vuota. Non si tratta di prezzi amministrati - che comunque non funzionano, perché finiscono sempre per generare mercati paralleli o offerta insufficiente  - ma di una specie di stretta di mano tra imprese e governo. A parte un po’ di pubblicità per i soggetti aderenti - da Coop a Confcommercio alle farmacie - non è ben chiaro quali siano le conseguenze attese di un accordo che dice alle imprese di fare, se vogliono, sconti sui beni che preferiscono o in alternativa di tenere fermi alcuni prezzi, senza neppure ridurli. La questione che c’è dietro questa ennesima iniziativa un po’ abborracciata da parte del governo italiano, però, è di tutta rilevanza: stiamo combattendo l’inflazione nel modo giusto?  Francesco Saraceno, economista di Sciences Po che insegna anche alla Luiss, ha appena pubblicato un libro che offre molti spunti di riflessione utili su questo. Il libro si chiama Oltre le banche centrali - Inflazione, disuguaglianza e politica economica (Luiss University Press).
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      <pubDate>Wed, 04 Oct 2023 15:03:19 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>Nella riunione di settembre la Banca centrale europea ha portato i tassi di interesse al 4,5 per cento, non sono mai stati così alti nella zona euro. Alzare il costo del denaro e ridurre la quantità di moneta in circolazione è l’approccio base delle banche centrali, a volte è efficace, ma ha molti effetti collaterali: il principale è che mette un freno ai prezzi perché rallenta la crescita economica - mutui e prestiti diventano più costosi - a volte fino alla recessione. Ci sono alternative?E cosa può fare la politica per non lasciare la gestione di una fase così complicata soltanto ai banchieri centrali? Il governo Meloni sta provando a offrire risposte, con risultati fin qui deludenti: esporre il prezzo medio dei carburanti non ha reso benzina e diesel più economici, il tavolo con i produttori di pasta voluto dal ministro del Made in Italy Adolfo Urso ha prodotto ben poco.Adesso c’è il “carrello tricolore”, ma dietro gli annunci ed i commenti entusiastici degli opinionisti di area c’è ben poco. I titoli sui siti dicono che supermercati e imprese si impegnano a offrire per tre mesi un paniere di beni a prezzo ridotto, riconoscibili da apposito logo tricolore. Ma basta leggere le linee guida per capire che non può funzionare perché è una misura vuota. Non si tratta di prezzi amministrati - che comunque non funzionano, perché finiscono sempre per generare mercati paralleli o offerta insufficiente  - ma di una specie di stretta di mano tra imprese e governo. A parte un po’ di pubblicità per i soggetti aderenti - da Coop a Confcommercio alle farmacie - non è ben chiaro quali siano le conseguenze attese di un accordo che dice alle imprese di fare, se vogliono, sconti sui beni che preferiscono o in alternativa di tenere fermi alcuni prezzi, senza neppure ridurli. La questione che c’è dietro questa ennesima iniziativa un po’ abborracciata da parte del governo italiano, però, è di tutta rilevanza: stiamo combattendo l’inflazione nel modo giusto?  Francesco Saraceno, economista di Sciences Po che insegna anche alla Luiss, ha appena pubblicato un libro che offre molti spunti di riflessione utili su questo. Il libro si chiama Oltre le banche centrali - Inflazione, disuguaglianza e politica economica (Luiss University Press).
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        <![CDATA[Nella riunione di settembre la Banca centrale europea ha portato i tassi di interesse al 4,5 per cento, non sono mai stati così alti nella zona euro. Alzare il costo del denaro e ridurre la quantità di moneta in circolazione è l’approccio base delle banche centrali, a volte è efficace, ma ha molti effetti collaterali: il principale è che mette un freno ai prezzi perché rallenta la crescita economica - mutui e prestiti diventano più costosi - a volte fino alla recessione. Ci sono alternative?<br><br>E cosa può fare la politica per non lasciare la gestione di una fase così complicata soltanto ai banchieri centrali?<br><br> Il governo Meloni sta provando a offrire risposte, con risultati fin qui deludenti: esporre il prezzo medio dei carburanti non ha reso benzina e diesel più economici, il tavolo con i produttori di pasta voluto dal ministro del Made in Italy Adolfo Urso ha prodotto ben poco.<br><br><a href="https://www.mimit.gov.it/it/anti-inflazione/campagna#:~:text=Il%20%22trimestre%20anti-inflazione%22,ed%20evitare%20che%20diventi%20strutturale.">Adesso c’è il “carrello tricolore”</a>, ma dietro gli annunci ed i commenti entusiastici degli opinionisti di area c’è ben poco. I titoli sui siti dicono che supermercati e imprese si impegnano a offrire per tre mesi un paniere di beni a prezzo ridotto, riconoscibili da apposito logo tricolore. Ma basta leggere <a href="https://www.mimit.gov.it/images/stories/documenti/Linee_Guida_Trimestre_anti-inflazione.pdf">le linee guida</a> per capire che non può funzionare perché è una misura vuota. <br><br>Non si tratta di prezzi amministrati - che comunque non funzionano, perché finiscono sempre per generare mercati paralleli o offerta insufficiente  - ma di una specie di stretta di mano tra imprese e governo. A parte un po’ di pubblicità per i soggetti aderenti <a href="https://www.mimit.gov.it/it/anti-inflazione/campagna#:~:text=Il%20%22trimestre%20anti-inflazione%22,ed%20evitare%20che%20diventi%20strutturale.">- da Coop a Confcommercio alle farmacie</a> - non è ben chiaro quali siano le conseguenze attese di un accordo che dice alle imprese di fare, se vogliono, sconti sui beni che preferiscono o in alternativa di tenere fermi alcuni prezzi, senza neppure ridurli. <a href="https://substackcdn.com/image/fetch/f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1feea223-d8d2-45b7-95c5-4fbe4f7b3d01_1800x1012.jpeg"><br><br></a><br>La questione che c’è dietro questa ennesima iniziativa un po’ abborracciata da parte del governo italiano, però, è di tutta rilevanza: stiamo combattendo l’inflazione nel modo giusto? <br><br> Francesco Saraceno, economista di Sciences Po che insegna anche alla Luiss, ha appena pubblicato un libro che offre molti spunti di riflessione utili su questo.<br><br> Il libro si chiama <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/oltre-le-banche-centrali-francesco-saraceno-nuovo-libro/">Oltre le banche centrali - Inflazione, disuguaglianza e politica economica (Luiss University Press).</a><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Napolitano ha cambiato la politica in meglio o in peggio? - con Andrea Morrone</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/napolitano-ha-cambiato-la-politica-in-meglio-o-in-peggio-con-andrea-morrone--56937958</link>
      <description>Lo chiamavano “Re Giorgio”, perché mai un presidente della Repubblica si era stagliato in modo così preminente sui partiti che lo avevano eletto. Giorgio Napolitano è stato molte cose, ma prima e più di tutte un presidente forte.Non abbastanza forte per chi sperava che guidasse i partiti a completare le riforme istituzionali che aveva avviato. Troppo forte per chi, invece, pensa che il ruolo del capo dello Stato sia di garante della Costituzione e del rispetto delle regole, non di indirizzo dell’azione dei partiti e perfino della loro vita interna. Molto è stato scritto in questi giorni dopo la scomparsa, a 98 anni, di Napolitano. Colpisce la difficoltà di arrivare a un giudizio di sintesi. Vengono elencate una serie di caratteristiche di Napolitano - comunista, migliorista, europeista, riformista - ma qual è davvero il bilancio del suo (doppio) mandato da presidente della Repubblica? Ne ho parlato a lungo con Andrea Morrone, costituzionalista dell’Università di Bologna, autore per il Mulino de La Repubblica dei referendum.
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      <pubDate>Tue, 26 Sep 2023 09:38:11 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Lo chiamavano “Re Giorgio”, perché mai un presidente della Repubblica si era stagliato in modo così preminente sui partiti che lo avevano eletto. 

Giorgio Napolitano è stato molte cose, ma prima e più di tutte un presidente forte.

Non abbastanza...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Lo chiamavano “Re Giorgio”, perché mai un presidente della Repubblica si era stagliato in modo così preminente sui partiti che lo avevano eletto. Giorgio Napolitano è stato molte cose, ma prima e più di tutte un presidente forte.Non abbastanza forte per chi sperava che guidasse i partiti a completare le riforme istituzionali che aveva avviato. Troppo forte per chi, invece, pensa che il ruolo del capo dello Stato sia di garante della Costituzione e del rispetto delle regole, non di indirizzo dell’azione dei partiti e perfino della loro vita interna. Molto è stato scritto in questi giorni dopo la scomparsa, a 98 anni, di Napolitano. Colpisce la difficoltà di arrivare a un giudizio di sintesi. Vengono elencate una serie di caratteristiche di Napolitano - comunista, migliorista, europeista, riformista - ma qual è davvero il bilancio del suo (doppio) mandato da presidente della Repubblica? Ne ho parlato a lungo con Andrea Morrone, costituzionalista dell’Università di Bologna, autore per il Mulino de La Repubblica dei referendum.
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      <title>Che succede alla Cina dopo la fine del miracolo economico  - con Alessia Amighini</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/che-succede-alla-cina-dopo-la-fine-del-miracolo-economico-con-alessia-amighini--56831998</link>
      <description>Nel 2019 il governo Conte I decide l’adesione dell’Italia alla più importante iniziativa di politica estera e marketing nazionale della Cina: la Via della Seta, Belt and Road Initiative. Perché? Con quali obiettivi?Non è mai stato molto chiaro, di sicuro le promesse di boom commerciali erano infondate.L’economista Alessia Amighini ha osservato che, anzi, dal punto di vista commerciale l’Italia ci ha soltanto rimesso, se si osservano i flussi bilaterali.A fine 2022 le esportazioni in Cina sono salite di poco rispetto al 2019, da 14,5 miliardi a 18,6 mentre le importazioni sono quasi raddoppiate, da 34,5 miliardi a 65,8 miliardi.Il risultato è che il deficit commerciale dell’Italia verso la Cina è passato da -20,9 miliardi di dollari a -47,3 miliardi.Anche gli investimenti esteri della Cina in Italia sono scesi da 650 milioni nel 2019 a 20 milioni nel 2022.Quindi, la Via della Seta non è servita a niente all’Italia, ma l’accordo è stato comunque importante per la Cina, perché Pechino in questi anni ha potuto annoverare un unico paese del G7 tra i suoi partner diplomatici. Cioè l’Italia.Dal 2019 però il mondo da allora è cambiato e per l’Italia non ha più senso trovarsi allineata con un paese sempre più assertivo in politica internazionale come la Cina, tra l’altro non allineata con Nato, Stati Uniti e Ue nel condannare l’aggressione della Russia all’Ucraina.Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha annunciato l’apertura di un’indagine sui sussidi cinesi al mercato delle auto elettriche che si preparano a invadere il mercato europeo. Mentre sia Stati Uniti che Unione europea riducono le esportazioni di microchip verso la Cina, in una guerra fredda tecnologica che ha l’obiettivo dichiarato di rallentare lo sviluppo cinese in campi cruciali come l’intelligenza artificiale.Il governo di Giorgia Meloni ha quindi già annunciato l’imminente disdetta dell’accordo, che è tra Stati e non tra governi, dunque è sopravvissuto al succedersi dei vari esecutivi ma allo scadere di cinque anni bisogna dare conferma o disdetta.Rompere il rapporto fondato sulla Via della Seta non basterà però a isolare l’Italia dalla Cina, perché la fragilità del suo modello di sviluppo è ormai un’incognita per l’intera economia mondiale.Per anni il governo di Pechino e le amministrazioni locali hanno fondato la crescita sa su una bolla immobiliare sostenuta dal debito pubblico. Ma adesso questo miracolo apparente sta finendo. Con conseguenze imprevedibili.Di tutto questo ho parlato nel nuovo episodio del podcast Appunti proprio con Alessia Amighini, la mia esperta di riferimento sulle questioni cinesi. Alessia è un’economista, insegna all’Università del Piemonte Orientale, è co-head dell’Asia Centre e Senior Associate Research Fellow dell’Ispi, insegna anche alla Cattolica di Milano e per il think tank Bruegel cura, tra l’altro, un database aggiornatissimo sui dati economici più rilevanti nei rapporti tra Ue e Cina.
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      <pubDate>Sun, 17 Sep 2023 19:01:16 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Nel 2019 il governo Conte I decide l’adesione dell’Italia alla più importante iniziativa di politica estera e marketing nazionale della Cina: la Via della Seta, Belt and Road Initiative. Perché? Con quali obiettivi?

Non è mai stato molto chiaro, di...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Nel 2019 il governo Conte I decide l’adesione dell’Italia alla più importante iniziativa di politica estera e marketing nazionale della Cina: la Via della Seta, Belt and Road Initiative. Perché? Con quali obiettivi?Non è mai stato molto chiaro, di sicuro le promesse di boom commerciali erano infondate.L’economista Alessia Amighini ha osservato che, anzi, dal punto di vista commerciale l’Italia ci ha soltanto rimesso, se si osservano i flussi bilaterali.A fine 2022 le esportazioni in Cina sono salite di poco rispetto al 2019, da 14,5 miliardi a 18,6 mentre le importazioni sono quasi raddoppiate, da 34,5 miliardi a 65,8 miliardi.Il risultato è che il deficit commerciale dell’Italia verso la Cina è passato da -20,9 miliardi di dollari a -47,3 miliardi.Anche gli investimenti esteri della Cina in Italia sono scesi da 650 milioni nel 2019 a 20 milioni nel 2022.Quindi, la Via della Seta non è servita a niente all’Italia, ma l’accordo è stato comunque importante per la Cina, perché Pechino in questi anni ha potuto annoverare un unico paese del G7 tra i suoi partner diplomatici. Cioè l’Italia.Dal 2019 però il mondo da allora è cambiato e per l’Italia non ha più senso trovarsi allineata con un paese sempre più assertivo in politica internazionale come la Cina, tra l’altro non allineata con Nato, Stati Uniti e Ue nel condannare l’aggressione della Russia all’Ucraina.Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha annunciato l’apertura di un’indagine sui sussidi cinesi al mercato delle auto elettriche che si preparano a invadere il mercato europeo. Mentre sia Stati Uniti che Unione europea riducono le esportazioni di microchip verso la Cina, in una guerra fredda tecnologica che ha l’obiettivo dichiarato di rallentare lo sviluppo cinese in campi cruciali come l’intelligenza artificiale.Il governo di Giorgia Meloni ha quindi già annunciato l’imminente disdetta dell’accordo, che è tra Stati e non tra governi, dunque è sopravvissuto al succedersi dei vari esecutivi ma allo scadere di cinque anni bisogna dare conferma o disdetta.Rompere il rapporto fondato sulla Via della Seta non basterà però a isolare l’Italia dalla Cina, perché la fragilità del suo modello di sviluppo è ormai un’incognita per l’intera economia mondiale.Per anni il governo di Pechino e le amministrazioni locali hanno fondato la crescita sa su una bolla immobiliare sostenuta dal debito pubblico. Ma adesso questo miracolo apparente sta finendo. Con conseguenze imprevedibili.Di tutto questo ho parlato nel nuovo episodio del podcast Appunti proprio con Alessia Amighini, la mia esperta di riferimento sulle questioni cinesi. Alessia è un’economista, insegna all’Università del Piemonte Orientale, è co-head dell’Asia Centre e Senior Associate Research Fellow dell’Ispi, insegna anche alla Cattolica di Milano e per il think tank Bruegel cura, tra l’altro, un database aggiornatissimo sui dati economici più rilevanti nei rapporti tra Ue e Cina.
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      <title>L'Italia di Willy tra provincia, marginalità e patriarcato - con Christian Raimo</title>
      <link>https://appunti.substack.com/</link>
      <description>Ci sono storie di cronaca nera che trascendono in un’altra dimensione, nelle quali cerchiamo verità generali. Vale per gli stupri di gruppo di Palermo e Caivano, nell'estate del 2023, e per tante altre precedenti. Come quella di Willy Monteiro Duarte. Willy muore nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020, a Colleferro, una cittadina vicino Roma. Lo picchiano a morte alcuni ragazzi, in una rissa da sabato sera degenerata all’improvviso.Segue la solita traiettoria mediatica: cronache piene di dettagli evitabili, foto rubate dai social - sorridente la vittima, truci gli assassini, qualche hashtag di solidarietà e molta sociologia da salotto, quella che porta scrittori ed esperti a pensose considerazioni di carattere generale a proposito di vicende che non conoscono, accadute in posti dove non sono mai stati, e i cui dettagli sono ancora ignoti perfino agli investigatori e ai magistrati. Ogni tanto c’è un’eccezione a questo schema ripetuto e usurante, che consuma una tragedia dopo l’altra, sminuzzandole fino a renderle rumore di fondo.L’eccezione è il podcast Willy - Una storia di ragazzi e il libro omonimo che esce ora per Rizzoli. Il podcast lo firmano Christian Raimo, Teho Teardo, Claudio Morici, Alessandro Coltré e Alberto Nerazzini, per Dersù e Storielibere, il libro è di Christian Raimo con Alessandro Coltré. In questa lunga estate di storie terribili, dove ogni episodio viene preso non come un evento singolo, prodotto di scelte individuali e ambienti sociali specifici, ma come il dettaglio che illumina una verità generale, tanto che stupratori e assassini efferati vengono innalzati al rango di involontari ricercatori sociali. Sono loro che ci dicono la verità su noi stessi (o forse siamo noi che scegliamo i “mostri” come specchio per sentirci migliori, in una competizione che siamo sicuri di vincere).Contestare questo approccio, nell’epoca dei social, sembra spesso impossibile, perché chi non aderisce al linciaggio del cattivo e non pubblica un indignato post a difesa della vittima diventa immediatamente complice.Il rispettoso silenzio - o il diritto a tacere su cose che non si conoscono bene - non è contemplato. Christian Raimo e gli altri co-autori di Willy - Una storia di ragazzi indicano che un altro approccio è possibile. Ascoltare, e raccontare. Rigorosamente in quest'ordine. Ne discuto con Christian Raimo, un gradito ritorno su Appunti.
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      <pubDate>Tue, 05 Sep 2023 15:28:21 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Ci sono storie di cronaca nera che trascendono in un’altra dimensione, nelle quali cerchiamo verità generali. Vale https://appunti.substack.com/p/la-violenza-sulle-donne-non-e-un, nell'estate del 2023, e per tante altre precedenti. Come quella di...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Ci sono storie di cronaca nera che trascendono in un’altra dimensione, nelle quali cerchiamo verità generali. Vale per gli stupri di gruppo di Palermo e Caivano, nell'estate del 2023, e per tante altre precedenti. Come quella di Willy Monteiro Duarte. Willy muore nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020, a Colleferro, una cittadina vicino Roma. Lo picchiano a morte alcuni ragazzi, in una rissa da sabato sera degenerata all’improvviso.Segue la solita traiettoria mediatica: cronache piene di dettagli evitabili, foto rubate dai social - sorridente la vittima, truci gli assassini, qualche hashtag di solidarietà e molta sociologia da salotto, quella che porta scrittori ed esperti a pensose considerazioni di carattere generale a proposito di vicende che non conoscono, accadute in posti dove non sono mai stati, e i cui dettagli sono ancora ignoti perfino agli investigatori e ai magistrati. Ogni tanto c’è un’eccezione a questo schema ripetuto e usurante, che consuma una tragedia dopo l’altra, sminuzzandole fino a renderle rumore di fondo.L’eccezione è il podcast Willy - Una storia di ragazzi e il libro omonimo che esce ora per Rizzoli. Il podcast lo firmano Christian Raimo, Teho Teardo, Claudio Morici, Alessandro Coltré e Alberto Nerazzini, per Dersù e Storielibere, il libro è di Christian Raimo con Alessandro Coltré. In questa lunga estate di storie terribili, dove ogni episodio viene preso non come un evento singolo, prodotto di scelte individuali e ambienti sociali specifici, ma come il dettaglio che illumina una verità generale, tanto che stupratori e assassini efferati vengono innalzati al rango di involontari ricercatori sociali. Sono loro che ci dicono la verità su noi stessi (o forse siamo noi che scegliamo i “mostri” come specchio per sentirci migliori, in una competizione che siamo sicuri di vincere).Contestare questo approccio, nell’epoca dei social, sembra spesso impossibile, perché chi non aderisce al linciaggio del cattivo e non pubblica un indignato post a difesa della vittima diventa immediatamente complice.Il rispettoso silenzio - o il diritto a tacere su cose che non si conoscono bene - non è contemplato. Christian Raimo e gli altri co-autori di Willy - Una storia di ragazzi indicano che un altro approccio è possibile. Ascoltare, e raccontare. Rigorosamente in quest'ordine. Ne discuto con Christian Raimo, un gradito ritorno su Appunti.
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        <![CDATA[Ci sono storie di cronaca nera che trascendono in un’altra dimensione, nelle quali cerchiamo verità generali. Vale <a href="https://appunti.substack.com/p/la-violenza-sulle-donne-non-e-un">per gli stupri di gruppo di Palermo e Caivano</a>, nell'estate del 2023, e per tante altre precedenti. Come quella di Willy Monteiro Duarte. <br><br>Willy muore nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020, a Colleferro, una cittadina vicino Roma. Lo picchiano a morte alcuni ragazzi, in una rissa da sabato sera degenerata all’improvviso.<br><br>Segue la solita traiettoria mediatica: cronache piene di dettagli evitabili, foto rubate dai social - sorridente la vittima, truci gli assassini, qualche hashtag di solidarietà e molta sociologia da salotto, quella che porta scrittori ed esperti a pensose considerazioni di carattere generale a proposito di vicende che non conoscono, accadute in posti dove non sono mai stati, e i cui dettagli sono ancora ignoti perfino agli investigatori e ai magistrati. Ogni tanto c’è un’eccezione a questo schema ripetuto e usurante, che consuma una tragedia dopo l’altra, sminuzzandole fino a renderle rumore di fondo.<br><br>L’eccezione è il podcast <a href="https://www.spreaker.com/show/willy-una-storia-di-ragazzi">Willy - Una storia di ragazzi </a>e il libro omonimo che esce ora per Rizzoli. Il podcast lo firmano Christian Raimo, Teho Teardo, Claudio Morici, Alessandro Coltré e Alberto Nerazzini, per Dersù e Storielibere, il libro è di Christian Raimo con Alessandro Coltré. <br><br>In questa lunga estate di storie terribili, dove ogni episodio viene preso non come un evento singolo, prodotto di scelte individuali e ambienti sociali specifici, ma come il dettaglio che illumina una verità generale, tanto che stupratori e assassini efferati vengono innalzati al rango di involontari ricercatori sociali. Sono loro che ci dicono la verità su noi stessi (o forse siamo noi che scegliamo i “mostri” come specchio per sentirci migliori, in una competizione che siamo sicuri di vincere).<br><br>Contestare questo approccio, nell’epoca dei social, sembra spesso impossibile, perché chi non aderisce al linciaggio del cattivo e non pubblica un indignato post a difesa della vittima diventa immediatamente complice.<br><br>Il rispettoso silenzio - o il diritto a tacere su cose che non si conoscono bene - non è contemplato. Christian Raimo e gli altri co-autori di Willy - Una storia di ragazzi indicano che un altro approccio è possibile. Ascoltare, e raccontare. Rigorosamente in quest'ordine. <br><br>Ne discuto con Christian Raimo, un gradito ritorno su Appunti.<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Il potere di Putin dopo Prigozhin, con Mara Morini</title>
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      <description>Il 23 giugno il mondo osserva stupefatto la milizia privata Wagner che inizia quello che sembra un tentativo di golpe e marcia verso Mosca e il Cremlino. Poi, all’improvviso, il capo di Wagner Yevgeny Prigozhin si ferma, grazie anche a una mediazione del dittatore della Bielorussia Alexander Lukashenko.Chi osa sfidare Vladimir Putin di solito non finisce bene, ma l’esplosione in volo dell’aereo di Prigozhin esattamente due mesi dopo arriva comunque come una sorpresa difficile da decodificare: una prova di forza di Putin per avvertire tutti i suoi potenziali nemici? Una messinscena, un finto attentato dopo un finto golpe che serviva solo a dimostrare che il presidente della Federazione russa può ancora schiacciare qualunque ribelle? O un intervento esterno? La politica russa non è mai stata così difficile da decodificare, eppure dall’analisi di quello che succede a Mosca dipendono molte cose importanti, a cominciare dall’atteggiamento dei governi occidentali verso la guerra in Ucraina, specie ora che si torna a parlare di possibili trattative o negoziati.Per cercare di capirci qualcosa in più, ho chiesto aiuto alla mia esperta di Russia di riferimento, Mara Morini, politologa dell’Università di Genova e autrice di La Russia di Putin (Il Mulino).Appunti è stato selezionato per diventare un podcast del network PRIME di Spreaker, la principale piattaforma di diffusione di podcast. Questo implica che Appunti avrà più visibilità sulle varie piattaforme di distribuzione e, speriamo, più pubblicità e di qualità più elevata di quella automatica, cosa che serve a rendere sostenibile una informazione indipendente e gratuita per chi ascolta.
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      <pubDate>Thu, 31 Aug 2023 09:20:26 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Il 23 giugno il mondo osserva stupefatto la milizia privata Wagner che inizia quello che sembra un tentativo di golpe e marcia verso Mosca e il Cremlino.

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      <itunes:summary>Il 23 giugno il mondo osserva stupefatto la milizia privata Wagner che inizia quello che sembra un tentativo di golpe e marcia verso Mosca e il Cremlino. Poi, all’improvviso, il capo di Wagner Yevgeny Prigozhin si ferma, grazie anche a una mediazione del dittatore della Bielorussia Alexander Lukashenko.Chi osa sfidare Vladimir Putin di solito non finisce bene, ma l’esplosione in volo dell’aereo di Prigozhin esattamente due mesi dopo arriva comunque come una sorpresa difficile da decodificare: una prova di forza di Putin per avvertire tutti i suoi potenziali nemici? Una messinscena, un finto attentato dopo un finto golpe che serviva solo a dimostrare che il presidente della Federazione russa può ancora schiacciare qualunque ribelle? O un intervento esterno? La politica russa non è mai stata così difficile da decodificare, eppure dall’analisi di quello che succede a Mosca dipendono molte cose importanti, a cominciare dall’atteggiamento dei governi occidentali verso la guerra in Ucraina, specie ora che si torna a parlare di possibili trattative o negoziati.Per cercare di capirci qualcosa in più, ho chiesto aiuto alla mia esperta di Russia di riferimento, Mara Morini, politologa dell’Università di Genova e autrice di La Russia di Putin (Il Mulino).Appunti è stato selezionato per diventare un podcast del network PRIME di Spreaker, la principale piattaforma di diffusione di podcast. Questo implica che Appunti avrà più visibilità sulle varie piattaforme di distribuzione e, speriamo, più pubblicità e di qualità più elevata di quella automatica, cosa che serve a rendere sostenibile una informazione indipendente e gratuita per chi ascolta.
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        <![CDATA[Il 23 giugno il mondo osserva stupefatto la milizia privata Wagner che inizia quello che sembra un tentativo di golpe e marcia verso Mosca e il Cremlino.<br><br> Poi, all’improvviso, il capo di Wagner Yevgeny Prigozhin si ferma, grazie anche a una mediazione del dittatore della Bielorussia Alexander Lukashenko.<br><br>Chi osa sfidare Vladimir Putin di solito non finisce bene, ma l’esplosione in volo dell’aereo di Prigozhin esattamente due mesi dopo arriva comunque come una sorpresa difficile da decodificare: una prova di forza di Putin per avvertire tutti i suoi potenziali nemici? Una messinscena, un finto attentato dopo un finto golpe che serviva solo a dimostrare che il presidente della Federazione russa può ancora schiacciare qualunque ribelle? O un intervento esterno? <br><br>La politica russa non è mai stata così difficile da decodificare, eppure dall’analisi di quello che succede a Mosca dipendono molte cose importanti, a cominciare dall’atteggiamento dei governi occidentali verso la guerra in Ucraina, specie ora che si torna a parlare di possibili trattative o negoziati.<br><br>Per cercare di capirci qualcosa in più, ho chiesto aiuto alla mia esperta di Russia di riferimento, Mara Morini, politologa dell’Università di Genova e autrice di La Russia di Putin (Il Mulino).<br>Appunti è stato selezionato per diventare <a href="https://www.spreaker.com/prime?ref=homepage">un podcast del network PRIME di Spreaker</a>, la principale piattaforma di diffusione di podcast. Questo implica che Appunti avrà più visibilità sulle varie piattaforme di distribuzione e, speriamo, più pubblicità e di qualità più elevata di quella automatica, cosa che serve a rendere sostenibile una informazione indipendente e gratuita per chi ascolta.<br><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>La bomba, Oppenheimer e la ricerca del "dentro del dentro" - con Stefano Massini</title>
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      <description>Ancora qui in Italia non abbiamo visto il film di Christopher Nolan di cui tutti parlano, eppure questa del 2023 è l’estate della bomba atomica e di Robert Oppenheimer. Recensioni, analisi, commenti, contrapposizioni con Barbie, rifuggono i nessi con l’attualità.Quasi nessuno evoca il rischio concreto della catastrofe atomica in Ucraina, il cupio dissolvi di Vladimir Putin che potrebbe annichilire ciò che non riesce a conquistare. E pochi sono anche i paralleli, pur legittimi in teoria, con l’ascesa dell’intelligenza artificiale come nuova tecnologia dal potenziale dirompente.E allora perché Oppenheimer? Cosa c’è nella storia del “prometeo americano” - come da titolo del libro cui il film si ispira - che rende impossibile ignorare le tre ore di Nolan?Una possibile risposta sta in un libro uscito in Italia da poco: Manhattan Project, di Stefano Massini, per la collana teatro di Einaudi. Con lo stile che lo ha lanciato in Lehman Trilogy, un po’ monologo un po’ poema epico, Massini racconta il progetto Manhattan come una storia di valigie: valigie piene di ricordi europei traumatici di ebrei ungheresi geniali e in fuga, valigie che Albert Einstein ha disfatto da tempo quando si è insediato a Princeton e che invece Leó Szilárd tiene sempre pronta, come se potesse o dovesse tornare presto. Ifisici del progetto Manhattan lavorano alla bomba atomica per cercare di capire “il dentro del dentro”, sia inteso come atomo, sia in senso psicoanalitico, individuale e collettivo.Vogliono risolvere le proprie equazioni esistenziali, essere accettati in un mondo che non è nuovo, ma l’unico che è rimasto loro dopo il collasso della civiltà europea. Il grande scrittore austriaco Stefan Zweig ha reagito alla fine del “mondo di ieri” con una overdose di barbiturici in Brasile, se l’Europa muore non si può continuare a vivere.I fisici a Los Alamos scelgono di diventare “morte, distruttore di mondi”, secondo la celebre sintesi di Oppenheimer. Massini costruisce un dialogo tra Oppenheimer e la sua fidanzata Jean Tatlock, psichiatra comunista, che salda la ricerca scientifica e quella individuale.“C’è il collasso della funzione d’onda. Ha a che fare col punto di vista di chi osserva: tu fai sempre parte di ciò che guardi”“Quindi non vedi chi sei, ma solo la tua idea di chi sei”Ecco, forse è questo che ci rende impossibile ignorare la storia di Oppenheimer in questa estate del 2023: il progetto Manhattan, nella versione di Nolan o di Massini, dimostra che non possiamo davvero sapere chi siamo, ma soltanto scegliere quale idea abbiamo di noi stessi. 
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      <pubDate>Sat, 19 Aug 2023 09:53:30 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Ancora qui in Italia non abbiamo visto il film di Christopher Nolan di cui tutti parlano, eppure questa del 2023 è l’estate della bomba atomica e di Robert Oppenheimer. Recensioni, analisi, commenti, contrapposizioni con Barbie, rifuggono i nessi con...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Ancora qui in Italia non abbiamo visto il film di Christopher Nolan di cui tutti parlano, eppure questa del 2023 è l’estate della bomba atomica e di Robert Oppenheimer. Recensioni, analisi, commenti, contrapposizioni con Barbie, rifuggono i nessi con l’attualità.Quasi nessuno evoca il rischio concreto della catastrofe atomica in Ucraina, il cupio dissolvi di Vladimir Putin che potrebbe annichilire ciò che non riesce a conquistare. E pochi sono anche i paralleli, pur legittimi in teoria, con l’ascesa dell’intelligenza artificiale come nuova tecnologia dal potenziale dirompente.E allora perché Oppenheimer? Cosa c’è nella storia del “prometeo americano” - come da titolo del libro cui il film si ispira - che rende impossibile ignorare le tre ore di Nolan?Una possibile risposta sta in un libro uscito in Italia da poco: Manhattan Project, di Stefano Massini, per la collana teatro di Einaudi. Con lo stile che lo ha lanciato in Lehman Trilogy, un po’ monologo un po’ poema epico, Massini racconta il progetto Manhattan come una storia di valigie: valigie piene di ricordi europei traumatici di ebrei ungheresi geniali e in fuga, valigie che Albert Einstein ha disfatto da tempo quando si è insediato a Princeton e che invece Leó Szilárd tiene sempre pronta, come se potesse o dovesse tornare presto. Ifisici del progetto Manhattan lavorano alla bomba atomica per cercare di capire “il dentro del dentro”, sia inteso come atomo, sia in senso psicoanalitico, individuale e collettivo.Vogliono risolvere le proprie equazioni esistenziali, essere accettati in un mondo che non è nuovo, ma l’unico che è rimasto loro dopo il collasso della civiltà europea. Il grande scrittore austriaco Stefan Zweig ha reagito alla fine del “mondo di ieri” con una overdose di barbiturici in Brasile, se l’Europa muore non si può continuare a vivere.I fisici a Los Alamos scelgono di diventare “morte, distruttore di mondi”, secondo la celebre sintesi di Oppenheimer. Massini costruisce un dialogo tra Oppenheimer e la sua fidanzata Jean Tatlock, psichiatra comunista, che salda la ricerca scientifica e quella individuale.“C’è il collasso della funzione d’onda. Ha a che fare col punto di vista di chi osserva: tu fai sempre parte di ciò che guardi”“Quindi non vedi chi sei, ma solo la tua idea di chi sei”Ecco, forse è questo che ci rende impossibile ignorare la storia di Oppenheimer in questa estate del 2023: il progetto Manhattan, nella versione di Nolan o di Massini, dimostra che non possiamo davvero sapere chi siamo, ma soltanto scegliere quale idea abbiamo di noi stessi. 
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        <![CDATA[Ancora qui in Italia non abbiamo visto il film di Christopher Nolan di cui tutti parlano, eppure questa del 2023 è l’estate della bomba atomica e di Robert Oppenheimer. Recensioni, analisi, commenti, contrapposizioni con Barbie, rifuggono i nessi con l’attualità.<br><br>Quasi nessuno evoca il rischio concreto della catastrofe atomica in Ucraina, il cupio dissolvi di Vladimir Putin che potrebbe annichilire ciò che non riesce a conquistare. E pochi sono anche i paralleli, pur legittimi in teoria, con l’ascesa dell’intelligenza artificiale come nuova tecnologia dal potenziale dirompente.<br><br>E allora perché Oppenheimer? Cosa c’è nella storia del “prometeo americano” - come da titolo del libro cui il film si ispira - che rende impossibile ignorare le tre ore di Nolan?<br><br>Una possibile risposta sta in un libro uscito in Italia da poco: <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/poesia-e-teatro/teatro/manhattan-project-stefano-massini-9788806260170/">Manhattan Project</a>, di Stefano Massini, per la collana teatro di Einaudi. <a href="https://substackcdn.com/image/fetch/f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0a54fc16-1954-4df2-9908-3868f68f1be7_1000x1715.jpeg"><br></a><br>Con lo stile che lo ha lanciato in <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/tempo-libero/attualita-spettacolo-sport/lehman-trilogy-stefano-massini-9788806216337/">Lehman Trilogy</a>, un po’ monologo un po’ poema epico, Massini racconta il progetto Manhattan come una storia di valigie: valigie piene di ricordi europei traumatici di ebrei ungheresi geniali e in fuga, valigie che Albert Einstein ha disfatto da tempo quando si è insediato a Princeton e che invece Leó Szilárd tiene sempre pronta, come se potesse o dovesse tornare presto. Ifisici del progetto Manhattan lavorano alla bomba atomica per cercare di capire “il dentro del dentro”, sia inteso come atomo, sia in senso psicoanalitico, individuale e collettivo.<br><br>Vogliono risolvere le proprie equazioni esistenziali, essere accettati in un mondo che non è nuovo, ma l’unico che è rimasto loro dopo il collasso della civiltà europea. Il grande scrittore austriaco Stefan Zweig ha reagito alla fine del “mondo di ieri” con una overdose di barbiturici in Brasile, se l’Europa muore non si può continuare a vivere.<br><br>I fisici a Los Alamos scelgono di diventare “morte, distruttore di mondi”, secondo la celebre sintesi di Oppenheimer. <br>Massini costruisce un dialogo tra Oppenheimer e la sua fidanzata Jean Tatlock, psichiatra comunista, che salda la ricerca scientifica e quella individuale.<br><br>“C’è il collasso della funzione d’onda.<br> Ha a che fare col punto di vista di chi osserva: <br>tu fai sempre parte di ciò che guardi”<br>“Quindi non vedi chi sei, ma solo la tua idea di chi sei”<br><br>Ecco, forse è questo che ci rende impossibile ignorare la storia di Oppenheimer in questa estate del 2023: il progetto Manhattan, nella versione di Nolan o di Massini, dimostra che non possiamo davvero sapere chi siamo, ma soltanto scegliere quale idea abbiamo di noi stessi. <a href="https://substackcdn.com/image/fetch/f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9bb40e5e-a16f-4f4f-9325-a4b8ed5f3afb_2112x560.png"><br></a><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Potere e responsabilità, la Nato e il futuro dell'Occidente - con Gabriele Natalizia</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/potere-e-responsabilita-la-nato-e-il-futuro-dell-occidente-con-gabriele-natalizia--56376466</link>
      <description>Questa è l'estate della Nato. C'è stato un importante vertice a Vilnius, in Lituania, l'11 e il 12 luglio si è discusso di Turchia. Si è discusso di un ingresso possibile, forse possibile, sicuramente remoto dell'Ucraina nella Nato, della membership della Svezia, delle prospettive della guerra in Ucraina. Ma è anche l'estate del film di Christopher Nolan dedicato a J. Robert Oppenheimer, il fisico che ha guidato il progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica nel 1945. Sul Financial Times un editorialista che vale sempre la pena di leggere, Jana Ganesh, ha scritto che Oppenheimer è un gran bel film, ma sull'uomo sbagliato perché doveva essere dedicato al presidente che la bomba atomica l'ha usata, cioè Henry Truman.Dice Ganesh che è Truman che ha fatto le scelte più difficili: ha definito l'assetto del mondo nel Dopoguerra per come lo conosciamo e il ruolo che dovevano avere gli Stati Uniti.E' lui che ha impostato un approccio che persegue la pace attraverso l'egemonia. Una strategia che ha funzionato per vari decenni, ma che è stata costruita su montagne di cadaveri, a cominciare da quelli vaporizzati o martoriati dalle radiazioni a Hiroshima e Nagasaki (l’anniversario della prima bomba, non sempre ricordato, è il 6 agosto).Scrive Ganesh che ancora oggi il nostro mondo è quello di Truman. Che non ci sarebbe alcuna discussione sull'Ucraina se gli Stati Uniti non fossero rimasti sempre impegnati militarmente in Europa, sia direttamente sia attraverso soprattutto la Nato.La lezione di questo decennio, scrive Ganesh finora è che il liberalismo non è in grado di sopravvivere senza la forza. Il liberalismo, insomma, e tutti i valori che professiamo, sono sopravvissuti in questi anni soltanto grazie alla potenza militare? Questa è la domanda inquietante che emerge da questa estate, grazie appunto al film su Oppenheimer e alla discussione intorno al destino della Nato.La democrazia ha bisogno della violenza, almeno potenziale? Per citare Roosevelt (Theodore, non Franklin Delano), possiamo permetterci di “parlare in modo gentile” soltanto finché “abbiamo un grosso bastone”? Dopo la fine della Guerra fredda, la Nato poteva scomparire, invece ha resistito, e questa già è una cosa strana, visto che la missione per la quale era nata - arginare il blocco sovietico - era compiuta.Ma un sistema internazionale nel quale ci sono due garanti dell’ordine (Nato e patto di Varsavia) è più stabile di uno anarchico e anche più di uno nel quale il ruolo di poliziotto globale è ricoperto da un solo soggetto, la Nato, che ha un inevitabile predominio americano. Per un po’ la Nato ha guardato anche al Mediterraneo e all’Africa, negli anni del jhadismo più minaccioso dopo l’11 settembre 2001. Oggi il fianco est assorbe di nuovo tutte le attenzioni, col nuovo protagonismo della Russia di Vladimir Putin. Ma, come si vede con il caos in Niger e nei paesi confinanti, l’assenza di un soggetto egemone non è mai davvero una buona notizia.Perché l’egemone, per citare qui Spider-Man, ha grandi poteri ma anche grandi responsabilità: la Nato è un’alleanza fondata sulla potenza militare americana, ma questo non significa che gli altri paesi siano soltanto vassalli di Washington. Ciascuno ha le proprie responsabilità, onori e oneri, e limiti, a differenza di quello che dicono commentatori anche autorevoli in altri campi come lo storico...
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      <pubDate>Mon, 07 Aug 2023 05:13:02 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Questa è l'estate della Nato. C'è stato un importante vertice a Vilnius, in Lituania, l'11 e il 12 luglio si è discusso di Turchia. 

Si è discusso di un ingresso possibile, forse possibile, sicuramente remoto dell'Ucraina nella Nato, della membership...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Questa è l'estate della Nato. C'è stato un importante vertice a Vilnius, in Lituania, l'11 e il 12 luglio si è discusso di Turchia. Si è discusso di un ingresso possibile, forse possibile, sicuramente remoto dell'Ucraina nella Nato, della membership della Svezia, delle prospettive della guerra in Ucraina. Ma è anche l'estate del film di Christopher Nolan dedicato a J. Robert Oppenheimer, il fisico che ha guidato il progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica nel 1945. Sul Financial Times un editorialista che vale sempre la pena di leggere, Jana Ganesh, ha scritto che Oppenheimer è un gran bel film, ma sull'uomo sbagliato perché doveva essere dedicato al presidente che la bomba atomica l'ha usata, cioè Henry Truman.Dice Ganesh che è Truman che ha fatto le scelte più difficili: ha definito l'assetto del mondo nel Dopoguerra per come lo conosciamo e il ruolo che dovevano avere gli Stati Uniti.E' lui che ha impostato un approccio che persegue la pace attraverso l'egemonia. Una strategia che ha funzionato per vari decenni, ma che è stata costruita su montagne di cadaveri, a cominciare da quelli vaporizzati o martoriati dalle radiazioni a Hiroshima e Nagasaki (l’anniversario della prima bomba, non sempre ricordato, è il 6 agosto).Scrive Ganesh che ancora oggi il nostro mondo è quello di Truman. Che non ci sarebbe alcuna discussione sull'Ucraina se gli Stati Uniti non fossero rimasti sempre impegnati militarmente in Europa, sia direttamente sia attraverso soprattutto la Nato.La lezione di questo decennio, scrive Ganesh finora è che il liberalismo non è in grado di sopravvivere senza la forza. Il liberalismo, insomma, e tutti i valori che professiamo, sono sopravvissuti in questi anni soltanto grazie alla potenza militare? Questa è la domanda inquietante che emerge da questa estate, grazie appunto al film su Oppenheimer e alla discussione intorno al destino della Nato.La democrazia ha bisogno della violenza, almeno potenziale? Per citare Roosevelt (Theodore, non Franklin Delano), possiamo permetterci di “parlare in modo gentile” soltanto finché “abbiamo un grosso bastone”? Dopo la fine della Guerra fredda, la Nato poteva scomparire, invece ha resistito, e questa già è una cosa strana, visto che la missione per la quale era nata - arginare il blocco sovietico - era compiuta.Ma un sistema internazionale nel quale ci sono due garanti dell’ordine (Nato e patto di Varsavia) è più stabile di uno anarchico e anche più di uno nel quale il ruolo di poliziotto globale è ricoperto da un solo soggetto, la Nato, che ha un inevitabile predominio americano. Per un po’ la Nato ha guardato anche al Mediterraneo e all’Africa, negli anni del jhadismo più minaccioso dopo l’11 settembre 2001. Oggi il fianco est assorbe di nuovo tutte le attenzioni, col nuovo protagonismo della Russia di Vladimir Putin. Ma, come si vede con il caos in Niger e nei paesi confinanti, l’assenza di un soggetto egemone non è mai davvero una buona notizia.Perché l’egemone, per citare qui Spider-Man, ha grandi poteri ma anche grandi responsabilità: la Nato è un’alleanza fondata sulla potenza militare americana, ma questo non significa che gli altri paesi siano soltanto vassalli di Washington. Ciascuno ha le proprie responsabilità, onori e oneri, e limiti, a differenza di quello che dicono commentatori anche autorevoli in altri campi come lo storico...
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        <![CDATA[Questa è l'estate della Nato. C'è stato un importante vertice a Vilnius, in Lituania, l'11 e il 12 luglio si è discusso di Turchia. <br><br>Si è discusso di un ingresso possibile, forse possibile, sicuramente remoto dell'Ucraina nella Nato, della membership della Svezia, delle prospettive della guerra in Ucraina. Ma è anche l'estate del film di Christopher Nolan dedicato a J. Robert Oppenheimer, il fisico che ha guidato il progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica nel 1945. <br><br><a href="https://www.ft.com/content/33623f2d-d686-4369-b472-5b3a4df30bc1">Sul Financial Times</a> un editorialista che vale sempre la pena di leggere, Jana Ganesh, ha scritto che Oppenheimer è un gran bel film, ma sull'uomo sbagliato perché doveva essere dedicato al presidente che la bomba atomica l'ha usata, cioè Henry Truman.Dice Ganesh che è Truman che ha fatto le scelte più difficili: ha definito l'assetto del mondo nel Dopoguerra per come lo conosciamo e il ruolo che dovevano avere gli Stati Uniti.<br><br>E' lui che ha impostato un approccio che persegue la pace attraverso l'egemonia. Una strategia che ha funzionato per vari decenni, ma che è stata costruita su montagne di cadaveri, a cominciare da quelli vaporizzati o martoriati dalle radiazioni a Hiroshima e Nagasaki (l’anniversario della prima bomba, non sempre ricordato, è il 6 agosto).<br><br>Scrive Ganesh che ancora oggi il nostro mondo è quello di Truman. Che non ci sarebbe alcuna discussione sull'Ucraina se gli Stati Uniti non fossero rimasti sempre impegnati militarmente in Europa, sia direttamente sia attraverso soprattutto la Nato.<br><br>La lezione di questo decennio, scrive Ganesh finora è che il liberalismo non è in grado di sopravvivere senza la forza. Il liberalismo, insomma, e tutti i valori che professiamo, sono sopravvissuti in questi anni soltanto grazie alla potenza militare? <br><br>Questa è la domanda inquietante che emerge da questa estate, grazie appunto al film su Oppenheimer e alla discussione intorno al destino della Nato.<br><br>La democrazia ha bisogno della violenza, almeno potenziale? <br><br><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Politica_del_grosso_bastone#:~:text=L'origine%20del%20termine%20deriva,un%20proverbio%20dell'Africa%20occidentale.">Per citare Roosevelt (</a>Theodore, non Franklin Delano), possiamo permetterci di “parlare in modo gentile” soltanto finché “abbiamo un grosso bastone”? Dopo la fine della Guerra fredda, la Nato poteva scomparire, invece ha resistito, e questa già è una cosa strana, visto che la missione per la quale era nata - arginare il blocco sovietico - era compiuta.<br><br>Ma un sistema internazionale nel quale ci sono due garanti dell’ordine (Nato e patto di Varsavia) è più stabile di uno anarchico e anche più di uno nel quale il ruolo di poliziotto globale è ricoperto da un solo soggetto, la Nato, che ha un inevitabile predominio americano. <br><br>Per un po’ la Nato ha guardato anche al Mediterraneo e all’Africa, negli anni del jhadismo più minaccioso dopo l’11 settembre 2001. Oggi il fianco est assorbe di nuovo tutte le attenzioni, col nuovo protagonismo della Russia di Vladimir Putin. Ma, come si vede con il caos in Niger e nei paesi confinanti, l’assenza di un soggetto egemone non è mai davvero una buona notizia.<br><br>Perché l’egemone, per citare qui Spider-Man, ha grandi poteri ma anche grandi responsabilità: la Nato è un’alleanza fondata sulla potenza militare americana, ma questo non significa che gli altri paesi siano soltanto vassalli di Washington. Ciascuno ha le proprie responsabilità, onori e oneri, e limiti, a differenza di quello che dicono commentatori anche autorevoli in altri campi <a href="https://www.facebook.com/alessandrobarberoblog/videos/siamo-vassalli-della-nato-alessandro-barbero/1386067762169020/">come lo storico...</a><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Un giorno questa tragedia ti sarà utile - con Giulio Guidorizzi</title>
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      <description>Io ho fatto il liceo scientifico, nella tragedia greca non mi sono mai davvero imbattuto, purtroppo o per fortuna. E invece questa estate non leggo altro. Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone, Aiace.La colpa è soprattutto di un libro appena uscito in Italia per Marsilio, che si chiama La mente tragica, di Robert D. Kaplan, che mi sono letto a giugno in un weekend di mare. A Procida, nello specifico.Kaplan è un giornalista americano, un ex inviato di guerra ora diventato accademico, che da anni si interroga su che senso dare alle cose terribili che ha visto in Afghanistan, nell’Iraq di Saddam Hussein, nella Siria di Bashar al Assad.Dopo l’11 settembre del 2001, ha appoggiato l’invasione militare americana dell’Iraq, perché aveva visto troppi orrori commessi da parte del dittatore per difendere il suo regime.Kaplan è rimasto traumatizzato da errori di valutazione che non si possono certo spiegare con la scarsa competenza, e allora sceglie un’altra bussola rispetto a quella più diffusa dell’appartenenza e dell’identità: la tragedia greca.“Per i greci – scrive in La mente tragica – imparare a temere il caos, e quindi a evitarlo, aveva un enorme valore: il timore ci mette in guardia da moltissime cose, ed è molto ciò che non sappiamo su quanto può accaderci come nazione e come individui”.Questa analisi rievoca la celebre espressione dell’ex segretario della Difesa americano Donald Rumsfeld, che nel 2002 parlava di “unknown unknowns”: sono le cose che non sappiamo di non sapere quelle che dovrebbero ossessionarci.Le minacce note si possono gestire, ma quelle ignote sono più pericolose.Per quel genere di coincidenze temporali che ricorrono spesso in tragedie che si svolgono nell’arco di poche ore o giorni, tornato dalla vacanza in cui avevo letto La mente tragica, ho scoperto che Einaudi mi aveva mandato il nuovo libro di Giulio Guidorizzi, Pietà e terrore.Giulio Guidorizzi ha insegnato letteratura greca e Antropologia del mondo antico nelle università di Milano e Torino. Da anni è diventato, non so come definirlo, il principale divulgatore della cultura classica greca. Guidorizzi, come Robert Kaplan, cerca nella tragedia greca strumenti per leggere la realtà.Mentre dedico la mia estate alla tragedia greca penso che i due argomenti di conversazione sui social sono i film dedicati a Barbie e al fisico Robert Oppenheimer: due storie, per quanto diverse, di sfida ai vincoli imposti da un destino già definito.L’affermazione dell’individualità, però, nella tragedia greca e anche spesso nella vita, appaga il desiderio prometeico di ribellione agli dei ma non garantisce la felicità, men che meno la serenità.Due storie, in fondo, tragiche in senso greco.
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      <pubDate>Sun, 30 Jul 2023 20:07:07 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Io ho fatto il liceo scientifico, nella tragedia greca non mi sono mai davvero imbattuto, purtroppo o per fortuna. E invece questa estate non leggo altro. Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone, Aiace.

La colpa è soprattutto di un libro appena uscito in...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Io ho fatto il liceo scientifico, nella tragedia greca non mi sono mai davvero imbattuto, purtroppo o per fortuna. E invece questa estate non leggo altro. Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone, Aiace.La colpa è soprattutto di un libro appena uscito in Italia per Marsilio, che si chiama La mente tragica, di Robert D. Kaplan, che mi sono letto a giugno in un weekend di mare. A Procida, nello specifico.Kaplan è un giornalista americano, un ex inviato di guerra ora diventato accademico, che da anni si interroga su che senso dare alle cose terribili che ha visto in Afghanistan, nell’Iraq di Saddam Hussein, nella Siria di Bashar al Assad.Dopo l’11 settembre del 2001, ha appoggiato l’invasione militare americana dell’Iraq, perché aveva visto troppi orrori commessi da parte del dittatore per difendere il suo regime.Kaplan è rimasto traumatizzato da errori di valutazione che non si possono certo spiegare con la scarsa competenza, e allora sceglie un’altra bussola rispetto a quella più diffusa dell’appartenenza e dell’identità: la tragedia greca.“Per i greci – scrive in La mente tragica – imparare a temere il caos, e quindi a evitarlo, aveva un enorme valore: il timore ci mette in guardia da moltissime cose, ed è molto ciò che non sappiamo su quanto può accaderci come nazione e come individui”.Questa analisi rievoca la celebre espressione dell’ex segretario della Difesa americano Donald Rumsfeld, che nel 2002 parlava di “unknown unknowns”: sono le cose che non sappiamo di non sapere quelle che dovrebbero ossessionarci.Le minacce note si possono gestire, ma quelle ignote sono più pericolose.Per quel genere di coincidenze temporali che ricorrono spesso in tragedie che si svolgono nell’arco di poche ore o giorni, tornato dalla vacanza in cui avevo letto La mente tragica, ho scoperto che Einaudi mi aveva mandato il nuovo libro di Giulio Guidorizzi, Pietà e terrore.Giulio Guidorizzi ha insegnato letteratura greca e Antropologia del mondo antico nelle università di Milano e Torino. Da anni è diventato, non so come definirlo, il principale divulgatore della cultura classica greca. Guidorizzi, come Robert Kaplan, cerca nella tragedia greca strumenti per leggere la realtà.Mentre dedico la mia estate alla tragedia greca penso che i due argomenti di conversazione sui social sono i film dedicati a Barbie e al fisico Robert Oppenheimer: due storie, per quanto diverse, di sfida ai vincoli imposti da un destino già definito.L’affermazione dell’individualità, però, nella tragedia greca e anche spesso nella vita, appaga il desiderio prometeico di ribellione agli dei ma non garantisce la felicità, men che meno la serenità.Due storie, in fondo, tragiche in senso greco.
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        <![CDATA[<br>Io ho fatto il liceo scientifico, nella tragedia greca non mi sono mai davvero imbattuto, purtroppo o per fortuna. E invece questa estate non leggo altro. Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone, Aiace.<br><br>La colpa è soprattutto di un libro appena uscito in Italia per Marsilio, che si chiama<a href="https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2971886/la-mente-tragica"> La mente tragica</a>, di Robert D. Kaplan, che mi sono letto a giugno in un weekend di mare. A Procida, nello specifico.Kaplan è un giornalista americano, un ex inviato di guerra ora diventato accademico, che da anni si interroga su che senso dare alle cose terribili che ha visto in Afghanistan, nell’Iraq di Saddam Hussein, nella Siria di Bashar al Assad.<br><br>Dopo l’11 settembre del 2001, ha appoggiato l’invasione militare americana dell’Iraq, perché aveva visto troppi orrori commessi da parte del dittatore per difendere il suo regime.Kaplan è rimasto traumatizzato da errori di valutazione che non si possono certo spiegare con la scarsa competenza, e allora sceglie un’altra bussola rispetto a quella più diffusa dell’appartenenza e dell’identità: la tragedia greca.<br><br>“Per i greci – scrive in La mente tragica – imparare a temere il caos, e quindi a evitarlo, aveva un enorme valore: il timore ci mette in guardia da moltissime cose, ed è molto ciò che non sappiamo su quanto può accaderci come nazione e come individui”.<br><br>Questa analisi rievoca la celebre espressione dell’ex segretario della Difesa americano Donald Rumsfeld, che nel 2002 parlava di “unknown unknowns”: sono le cose che non sappiamo di non sapere quelle che dovrebbero ossessionarci.Le minacce note si possono gestire, ma quelle ignote sono più pericolose.<br><br>Per quel genere di coincidenze temporali che ricorrono spesso in tragedie che si svolgono nell’arco di poche ore o giorni, tornato dalla vacanza in cui avevo letto La mente tragica, ho scoperto che Einaudi mi aveva mandato il nuovo libro di Giulio Guidorizzi, <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/critica-letteraria-e-linguistica/filologia-e-critica-letteraria/pieta-e-terrore-giulio-guidorizzi-9788806257378/">Pietà e terrore.</a><br><br>Giulio Guidorizzi ha insegnato letteratura greca e Antropologia del mondo antico nelle università di Milano e Torino. Da anni è diventato, non so come definirlo, il principale divulgatore della cultura classica greca. Guidorizzi, come Robert Kaplan, cerca nella tragedia greca strumenti per leggere la realtà.<br><br>Mentre dedico la mia estate alla tragedia greca penso che i due argomenti di conversazione sui social sono i film dedicati a Barbie e al fisico Robert Oppenheimer: due storie, per quanto diverse, di sfida ai vincoli imposti da un destino già definito.<br><br>L’affermazione dell’individualità, però, nella tragedia greca e anche spesso nella vita, appaga il desiderio prometeico di ribellione agli dei ma non garantisce la felicità, men che meno la serenità.<br><br>Due storie, in fondo, tragiche in senso greco.<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>La vittoria di Giorgia Meloni (quasi) un anno dopo - con Franca Roncarolo</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/la-vittoria-di-giorgia-meloni-quasi-un-anno-dopo-con-franca-roncarolo--56156434</link>
      <description>Ormai è passato quasi un anno dalla vittoria elettorale del 25 settembre 2022, quando la nuova destra è diventata maggioranza. E quindi è un momento per un primo bilancio. Anche perché la morte di Silvio Berlusconi cambia gli equilibri nell’area del centrodestra e costringe, o costringerà, Giorgia Meloni a rendere esplicito il suo progetto politico: si accontenta di aver portato al governo il “polo escluso”, come lo chiamava Piero Ignazi in un suo libro da poco ristampato, o vuole evolvere un partito nato come di estrema destra in un progetto più ampio che ingloberà quel che resta di Forza Italia? E la Lega è in grado di reagire alla competizione interna nell’area? Per ora sembra di no. Per parlare di politica sul serio, e con calma, è prezioso il volume appena pubblicato dal Mulino Svolta a destra?, con un punto interrogativo che esploreremo. E’ una raccolta di saggi curata da Itanes Italian National Election Studies, cioè un programma di ricerca promosso in origine dall’Istituto cattaneo che prova a spiegare la politica in modo scientifico, con numeri e analisi.Ne parliamo con Franca Roncarolo, che ha curato il volume insieme a Cristiano Vezzoni. Franca Roncarolo insegna Comunicazione pubblica e Opinione pubblica e politiche europee presso l’università degli Studi di Torino. La discussione continua sulla newsletter Appunti. 
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      <pubDate>Mon, 24 Jul 2023 04:00:03 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Ormai è passato quasi un anno dalla vittoria elettorale del 25 settembre 2022, quando la nuova destra è diventata maggioranza. E quindi è un momento per un primo bilancio. 

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      <itunes:summary>Ormai è passato quasi un anno dalla vittoria elettorale del 25 settembre 2022, quando la nuova destra è diventata maggioranza. E quindi è un momento per un primo bilancio. Anche perché la morte di Silvio Berlusconi cambia gli equilibri nell’area del centrodestra e costringe, o costringerà, Giorgia Meloni a rendere esplicito il suo progetto politico: si accontenta di aver portato al governo il “polo escluso”, come lo chiamava Piero Ignazi in un suo libro da poco ristampato, o vuole evolvere un partito nato come di estrema destra in un progetto più ampio che ingloberà quel che resta di Forza Italia? E la Lega è in grado di reagire alla competizione interna nell’area? Per ora sembra di no. Per parlare di politica sul serio, e con calma, è prezioso il volume appena pubblicato dal Mulino Svolta a destra?, con un punto interrogativo che esploreremo. E’ una raccolta di saggi curata da Itanes Italian National Election Studies, cioè un programma di ricerca promosso in origine dall’Istituto cattaneo che prova a spiegare la politica in modo scientifico, con numeri e analisi.Ne parliamo con Franca Roncarolo, che ha curato il volume insieme a Cristiano Vezzoni. Franca Roncarolo insegna Comunicazione pubblica e Opinione pubblica e politiche europee presso l’università degli Studi di Torino. La discussione continua sulla newsletter Appunti. 
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        <![CDATA[Ormai è passato quasi un anno dalla vittoria elettorale del 25 settembre 2022, quando la nuova destra è diventata maggioranza. E quindi è un momento per un primo bilancio. <br><br>Anche perché la morte di Silvio Berlusconi cambia gli equilibri nell’area del centrodestra e costringe, o costringerà, Giorgia Meloni a rendere esplicito il suo progetto politico: si accontenta di aver portato al governo il “polo escluso”, come lo chiamava Piero Ignazi in un suo libro da poco ristampato, o vuole evolvere un partito nato come di estrema destra in un progetto più ampio che ingloberà quel che resta di Forza Italia? E la Lega è in grado di reagire alla competizione interna nell’area? Per ora sembra di no. <br><br>Per parlare di politica sul serio, e con calma, è prezios<a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815386250">o il volume appena pubblicato dal Mulino Svolta a destra?</a>, con un punto interrogativo che esploreremo. E’ una raccolta di saggi curata da Itanes Italian National Election Studies, cioè un programma di ricerca promosso in origine dall’Istituto cattaneo che prova a spiegare la politica in modo scientifico, con numeri e analisi.<a href="https://substackcdn.com/image/fetch/f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F25d76865-1e35-4cb8-abc0-518a09c090bb_400x616.jpeg"><br><br></a><br>Ne parliamo con Franca Roncarolo, che ha curato il volume insieme a Cristiano Vezzoni. Franca Roncarolo insegna Comunicazione pubblica e Opinione pubblica e politiche europee presso l’università degli Studi di Torino. <br><br>La discussione continua <a href="https://appunti.substack.com/publish/post/135278153">sulla newsletter Appunti. </a><br><br><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>La scuola è (sempre più) di destra - con Christian Raimo</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/la-scuola-e-sempre-piu-di-destra-con-christian-raimo--56127740</link>
      <description>Ci sono argomenti che per i giornalisti sono difficilissimi da trattare. Uno di questi è la scuola. Per dare un’idea di quanto sia superficiale la copertura mediatica, basta ricordare che ogni anno viene presentata come una notizia il fatto che al liceo scientifico la seconda prova di maturità sia di matematica.E’ sempre così, ma i giornalisti sembrano dimenticarlo, ogni volta. E poi c’è l’abitudine di affidare a persone che con la scuola non hanno nulla a che fare il commento su episodi che sollevano indignazione o commozione: c’è sempre una scrittrice che può parlare di bullismo, un ministro che parla dell’importanza di un certo autore, il giornalista baby boomer con figli ormai laureati che parla delle classi pollaio (mentre ai suoi tempi era tutta un’altra cosa…). Per questo ho deciso di dedicare una puntata del podcast alla scuola e di parlarne con Christian Raimo.Christian è molte cose, un giornalista, uno scrittore, un attivista, ma proprio perché tutte queste cose è anche un insegnante, che a scuola insegna davvero. Ma che poi la scuola la pensa, sia nella sua dimensione pedagogica (cosa viene insegnato esattamente agli studenti? e a che scopo?) che nella sua rilevanza politica (chi decide l’evoluzione della scuola, decide il futuro del paese). La chiacchierata è lunga, l’audio non è perfetto perché Christian Raimo - che è multitasking e iperattivo - stava in un bar dove aveva degli appuntamenti. Ma credo valga la pena ascoltarla comunque, perché mai come in questo momento la scuola sembra al contempo un terreno di scontro politico e un oggetto indecifrabile.Nel biennio della pandemia sembrava questione cruciale chiudere o aprire le scuole, da una parte e dall’altra c’era sempre qualcuno che intimava qualcosa: bisogna chiudere per fermare il contagio, portato da ragazzi non vaccinati, oppure bisogna riaprire subito perché vale la pena tollerare qualche contagio in più pur di evitare di compromettere lo sviluppo e la formazione di intere generazioni. Avevano tutti ragione, ovviamente, per questo la discussione era così lacerante.Poi, passata la pandemia, si è perso subito ogni interesse per le modalità dell’insegnamento - la didattica (anche) a distanza era soltanto un effetto collaterale del virus o un’evoluzione necessaria? - ed è ricominciato il tradizionale scontro politico su cosa insegnare. I valori della “nazione” si trasmettono fin dall’infanzia, come noto.E poi si verificano all’esame di maturità, con tracce appositamente scelte (dal ministro in persona, ho imparato da Christian Raimo) che servono a segnalare il cambio di clima culturale e politico.Mentre i giornali si riempiono di polemiche sulle uscite del ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, il racconto della vita quotidiana tra i banchi scivola sullo sfondo, così come il pensiero critico sulla più pubblica delle istituzioni, dove il privato - anche questo lo osserva Raimo nel podcast - è ancora marginale e sullo sfondo.Raimo non è certo un ottimista, ma credo che affrontare le questioni che solleva in questa ora di discussione renda ogni dibattito sulla scuola molto più vivo e utile che l’eterna riproposizione degli stessi slogan.Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti. E, se lavorate nella scuola, raccontatemi la vostra storia, scrivete a appunti@substack.com
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      <pubDate>Mon, 17 Jul 2023 14:33:29 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Ci sono argomenti che per i giornalisti sono difficilissimi da trattare. Uno di questi è la scuola. Per dare un’idea di quanto sia superficiale la copertura mediatica, basta ricordare che ogni anno viene presentata come una notizia il fatto che al...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Ci sono argomenti che per i giornalisti sono difficilissimi da trattare. Uno di questi è la scuola. Per dare un’idea di quanto sia superficiale la copertura mediatica, basta ricordare che ogni anno viene presentata come una notizia il fatto che al liceo scientifico la seconda prova di maturità sia di matematica.E’ sempre così, ma i giornalisti sembrano dimenticarlo, ogni volta. E poi c’è l’abitudine di affidare a persone che con la scuola non hanno nulla a che fare il commento su episodi che sollevano indignazione o commozione: c’è sempre una scrittrice che può parlare di bullismo, un ministro che parla dell’importanza di un certo autore, il giornalista baby boomer con figli ormai laureati che parla delle classi pollaio (mentre ai suoi tempi era tutta un’altra cosa…). Per questo ho deciso di dedicare una puntata del podcast alla scuola e di parlarne con Christian Raimo.Christian è molte cose, un giornalista, uno scrittore, un attivista, ma proprio perché tutte queste cose è anche un insegnante, che a scuola insegna davvero. Ma che poi la scuola la pensa, sia nella sua dimensione pedagogica (cosa viene insegnato esattamente agli studenti? e a che scopo?) che nella sua rilevanza politica (chi decide l’evoluzione della scuola, decide il futuro del paese). La chiacchierata è lunga, l’audio non è perfetto perché Christian Raimo - che è multitasking e iperattivo - stava in un bar dove aveva degli appuntamenti. Ma credo valga la pena ascoltarla comunque, perché mai come in questo momento la scuola sembra al contempo un terreno di scontro politico e un oggetto indecifrabile.Nel biennio della pandemia sembrava questione cruciale chiudere o aprire le scuole, da una parte e dall’altra c’era sempre qualcuno che intimava qualcosa: bisogna chiudere per fermare il contagio, portato da ragazzi non vaccinati, oppure bisogna riaprire subito perché vale la pena tollerare qualche contagio in più pur di evitare di compromettere lo sviluppo e la formazione di intere generazioni. Avevano tutti ragione, ovviamente, per questo la discussione era così lacerante.Poi, passata la pandemia, si è perso subito ogni interesse per le modalità dell’insegnamento - la didattica (anche) a distanza era soltanto un effetto collaterale del virus o un’evoluzione necessaria? - ed è ricominciato il tradizionale scontro politico su cosa insegnare. I valori della “nazione” si trasmettono fin dall’infanzia, come noto.E poi si verificano all’esame di maturità, con tracce appositamente scelte (dal ministro in persona, ho imparato da Christian Raimo) che servono a segnalare il cambio di clima culturale e politico.Mentre i giornali si riempiono di polemiche sulle uscite del ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, il racconto della vita quotidiana tra i banchi scivola sullo sfondo, così come il pensiero critico sulla più pubblica delle istituzioni, dove il privato - anche questo lo osserva Raimo nel podcast - è ancora marginale e sullo sfondo.Raimo non è certo un ottimista, ma credo che affrontare le questioni che solleva in questa ora di discussione renda ogni dibattito sulla scuola molto più vivo e utile che l’eterna riproposizione degli stessi slogan.Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti. E, se lavorate nella scuola, raccontatemi la vostra storia, scrivete a appunti@substack.com
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        <![CDATA[Ci sono argomenti che per i giornalisti sono difficilissimi da trattare. Uno di questi è la scuola. Per dare un’idea di quanto sia superficiale la copertura mediatica, basta ricordare che ogni anno viene presentata come una notizia il fatto che al liceo scientifico la seconda prova di maturità sia di matematica.<br><br>E’ sempre così, ma i giornalisti sembrano dimenticarlo, ogni volta. E poi c’è l’abitudine di affidare a persone che con la scuola non hanno nulla a che fare il commento su episodi che sollevano indignazione o commozione: c’è sempre una scrittrice che può parlare di bullismo, un ministro che parla dell’importanza di un certo autore, il giornalista baby boomer con figli ormai laureati che parla delle classi pollaio (mentre ai suoi tempi era tutta un’altra cosa…). <br><br>Per questo ho deciso di dedicare una puntata del podcast alla scuola e di parlarne con Christian Raimo.<br><br>Christian è molte cose, un giornalista, uno scrittore, un attivista, ma proprio perché tutte queste cose è anche un insegnante, che a scuola insegna davvero. Ma che poi la scuola la pensa, sia nella sua dimensione pedagogica (cosa viene insegnato esattamente agli studenti? e a che scopo?) che nella sua rilevanza politica (chi decide l’evoluzione della scuola, decide il futuro del paese). <br><br>La chiacchierata è lunga, l’audio non è perfetto perché Christian Raimo - che è multitasking e iperattivo - stava in un bar dove aveva degli appuntamenti. <br><br>Ma credo valga la pena ascoltarla comunque, perché mai come in questo momento la scuola sembra al contempo un terreno di scontro politico e un oggetto indecifrabile.<br><br>Nel biennio della pandemia sembrava questione cruciale chiudere o aprire le scuole, da una parte e dall’altra c’era sempre qualcuno che intimava qualcosa: bisogna chiudere per fermare il contagio, portato da ragazzi non vaccinati, oppure bisogna riaprire subito perché vale la pena tollerare qualche contagio in più pur di evitare di compromettere lo sviluppo e la formazione di intere generazioni. <br><br>Avevano tutti ragione, ovviamente, per questo la discussione era così lacerante.<br><br>Poi, passata la pandemia, si è perso subito ogni interesse per le modalità dell’insegnamento - la didattica (anche) a distanza era soltanto un effetto collaterale del virus o un’evoluzione necessaria? - ed è ricominciato il tradizionale scontro politico su cosa insegnare. I valori della “nazione” si trasmettono fin dall’infanzia, come noto.<br><br>E poi si verificano all’esame di maturità, con tracce appositamente scelte (dal ministro in persona, ho imparato da Christian Raimo) che servono a segnalare il cambio di clima culturale e politico.<br><br>Mentre i giornali si riempiono di polemiche sulle uscite del ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, il racconto della vita quotidiana tra i banchi scivola sullo sfondo, così come il pensiero critico sulla più pubblica delle istituzioni, dove il privato - anche questo lo osserva Raimo nel podcast - è ancora marginale e sullo sfondo.<br><br>Raimo non è certo un ottimista, ma credo che affrontare le questioni che solleva in questa ora di discussione renda ogni dibattito sulla scuola molto più vivo e utile che l’eterna riproposizione degli stessi slogan.<br><br>Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti. E, se lavorate nella scuola, raccontatemi la vostra storia, scrivete a appunti@substack.com<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Cosa c'è dietro le grandi dimissioni - con Francesca Coin</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/cosa-c-e-dietro-le-grandi-dimissioni-con-francesca-coin--56047081</link>
      <description>Il tasso di dimissioni negli Stati Uniti è salito dal 2,3 per cento del febbraio 2020, prima del Covid, a un picco del 3 per cento nell’estate 2021. Si è quindi iniziato a parlare di una svolta epocale, di un fenomeno di massa che è andato sotto il nome di “grandi dimissioni”.Non soltanto normali cambi di lavoro, ma un rifiuto del lavoro, o almeno di quello che si era fatto fino a quel momento.Il tasso di dimissioni volontarie negli Stati Uniti è presto tornato ai livelli pre-Covid e a metà 2023 risultava intorno al 2,4 per cento.Forse quello che i giornali hanno letto come un cambiamento epocale dipendeva soltanto dal fatto che per alcuni mesi l’economia americana era rimasta congelata dalle misure anti-Covid e molta meno gente del solito aveva cambiato lavoro, visto che neanche si poteva uscire di casa. Ad aprile 2020, per esempio, il tasso di dimissioni era dell’1,5 per cento, molto più basso del 2,3 pre-Covid.In Italia si è registrata una tendenza simile. Su Lavoce.info Francesco Armillei ha osservato che il tasso di dimissioni a fine 2022 del 3,09 per cento è più alto che in fase pre-Covid, ma analogo a quello che si registrava in altri momenti di rapida evoluzione dell’economia italiana, per esempio dopo la crisi del 2008-2009. Secondo i dati dell’Inps e del ministero del Lavoro, nel 2006 il tasso di dimissioni è arrivato addirittura al 4 per cento. Quindi le grandi dimissioni, negli Stati Uniti come in Italia, sono state soltanto un abbaglio? Sì e no. E’ vero che anche in altri momenti storici recenti ci sono state altre fasi con tassi di dimissioni analoghi a quelli registrati nel 2021 e nel 2022. Ma il tasso di dimissioni aumenta inesorabilmente di uno 0,1 per cento all’anno dal 2009. Come mai?Perché gli italiani sembrano sempre più propensi a lasciare il proprio lavoro? Dietro queste storie di dimissioni c’è qualche cosa di più profondo che sta cambiando nel nostro modo di vivere il lavoro?Ne parliamo con Francesco Coin, sociologa, che ha scritto un libro molto interessante per Einaudi che si chiama appunto Le Grandi dimissioni.Francesca Coin si occupa di lavoro e diseguaglianze sociali. Ha un dottorato di ricerca in Sociologia presso la Georgia State University, negli Stati Uniti. Fino a settembre 2022 ha lavorato come professoressa associata nel dipartimento di Sociologia dell’università di Lancaster, nel Regno Unito.Ora insegna nel Centro di competenze lavoro welfare società del dipartimento di Economia aziendale sanità e sociale (Deass) della Supsi, in Svizzera. Scrive su Internazionale e L’Essenziale.
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      <pubDate>Mon, 10 Jul 2023 07:00:13 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Il tasso di dimissioni negli Stati Uniti è salito dal 2,3 per cento del febbraio 2020, prima del Covid, a un picco del 3 per cento nell’estate 2021. 

Si è quindi iniziato a parlare di una svolta epocale, di un fenomeno di massa che è andato sotto il...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Il tasso di dimissioni negli Stati Uniti è salito dal 2,3 per cento del febbraio 2020, prima del Covid, a un picco del 3 per cento nell’estate 2021. Si è quindi iniziato a parlare di una svolta epocale, di un fenomeno di massa che è andato sotto il nome di “grandi dimissioni”.Non soltanto normali cambi di lavoro, ma un rifiuto del lavoro, o almeno di quello che si era fatto fino a quel momento.Il tasso di dimissioni volontarie negli Stati Uniti è presto tornato ai livelli pre-Covid e a metà 2023 risultava intorno al 2,4 per cento.Forse quello che i giornali hanno letto come un cambiamento epocale dipendeva soltanto dal fatto che per alcuni mesi l’economia americana era rimasta congelata dalle misure anti-Covid e molta meno gente del solito aveva cambiato lavoro, visto che neanche si poteva uscire di casa. Ad aprile 2020, per esempio, il tasso di dimissioni era dell’1,5 per cento, molto più basso del 2,3 pre-Covid.In Italia si è registrata una tendenza simile. Su Lavoce.info Francesco Armillei ha osservato che il tasso di dimissioni a fine 2022 del 3,09 per cento è più alto che in fase pre-Covid, ma analogo a quello che si registrava in altri momenti di rapida evoluzione dell’economia italiana, per esempio dopo la crisi del 2008-2009. Secondo i dati dell’Inps e del ministero del Lavoro, nel 2006 il tasso di dimissioni è arrivato addirittura al 4 per cento. Quindi le grandi dimissioni, negli Stati Uniti come in Italia, sono state soltanto un abbaglio? Sì e no. E’ vero che anche in altri momenti storici recenti ci sono state altre fasi con tassi di dimissioni analoghi a quelli registrati nel 2021 e nel 2022. Ma il tasso di dimissioni aumenta inesorabilmente di uno 0,1 per cento all’anno dal 2009. Come mai?Perché gli italiani sembrano sempre più propensi a lasciare il proprio lavoro? Dietro queste storie di dimissioni c’è qualche cosa di più profondo che sta cambiando nel nostro modo di vivere il lavoro?Ne parliamo con Francesco Coin, sociologa, che ha scritto un libro molto interessante per Einaudi che si chiama appunto Le Grandi dimissioni.Francesca Coin si occupa di lavoro e diseguaglianze sociali. Ha un dottorato di ricerca in Sociologia presso la Georgia State University, negli Stati Uniti. Fino a settembre 2022 ha lavorato come professoressa associata nel dipartimento di Sociologia dell’università di Lancaster, nel Regno Unito.Ora insegna nel Centro di competenze lavoro welfare società del dipartimento di Economia aziendale sanità e sociale (Deass) della Supsi, in Svizzera. Scrive su Internazionale e L’Essenziale.
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        <![CDATA[Il tasso di dimissioni negli Stati Uniti è salito dal 2,3 per cento del febbraio 2020, prima del Covid, a un picco del 3 per cento nell’estate 2021. <br><br>Si è quindi iniziato a parlare di una svolta epocale, di un fenomeno di massa che è andato sotto il nome di “grandi dimissioni”.<br><br>Non soltanto normali cambi di lavoro, ma un rifiuto del lavoro, o almeno di quello che si era fatto fino a quel momento.<br><br>Il tasso di dimissioni volontarie negli Stati Uniti è presto tornato ai livelli pre-Covid e a metà 2023 risultava intorno al 2,4 per cento.<br><br>Forse quello che i giornali hanno letto come un cambiamento epocale dipendeva soltanto dal fatto che per alcuni mesi l’economia americana era rimasta congelata dalle misure anti-Covid e molta meno gente del solito aveva cambiato lavoro, visto che neanche si poteva uscire di casa. <br><br>Ad aprile 2020, per esempio, il tasso di dimissioni era dell’1,5 per cento, molto più basso del 2,3 pre-Covid.<br><br>In Italia si è registrata una tendenza simile. <a href="https://lavoce.info/archives/tag/francesco-armillei/">Su Lavoce.info Francesco Armillei</a> ha osservato che il tasso di dimissioni a fine 2022 del 3,09 per cento è più alto che in fase pre-Covid, ma analogo a quello che si registrava in altri momenti di rapida evoluzione dell’economia italiana, per esempio dopo la crisi del 2008-2009. <br><br>Secondo i dati dell’Inps e del ministero del Lavoro, nel 2006 il tasso di dimissioni è arrivato addirittura al 4 per cento. <br><br>Quindi le grandi dimissioni, negli Stati Uniti come in Italia, sono state soltanto un abbaglio? Sì e no. <br><br>E’ vero che anche in altri momenti storici recenti ci sono state altre fasi con tassi di dimissioni analoghi a quelli registrati nel 2021 e nel 2022. Ma il tasso di dimissioni aumenta inesorabilmente di uno 0,1 per cento all’anno dal 2009. Come mai?<br><br>Perché gli italiani sembrano sempre più propensi a lasciare il proprio lavoro? Dietro queste storie di dimissioni c’è qualche cosa di più profondo che sta cambiando nel nostro modo di vivere il lavoro?<br><br>Ne parliamo con Francesco Coin, sociologa, che ha scritto un libro molto interessante per Einaudi che si chiama appunto <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/le-grandi-dimissioni-francesca-coin-9788806257446/">Le Grandi dimission</a>i.<br><br>Francesca Coin si occupa di lavoro e diseguaglianze sociali. Ha un dottorato di ricerca in Sociologia presso la Georgia State University, negli Stati Uniti. Fino a settembre 2022 ha lavorato come professoressa associata nel dipartimento di Sociologia dell’università di Lancaster, nel Regno Unito.Ora insegna nel Centro di competenze lavoro welfare società del dipartimento di Economia aziendale sanità e sociale (Deass) della Supsi, in Svizzera. Scrive su Internazionale e L’Essenziale.<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Come pensa l'intelligenza artificiale? Con Nello Cristianini</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/come-pensa-l-intelligenza-artificiale-con-nello-cristianini--55942014</link>
      <description>L'intelligenza artificiale innescherà la nuova rivoluzione industriale? Porterà la specie umana all’estinzione? O è soltanto un’altra moda destinata a durare poco, come il Metaverso? Non è facile trovare le risposte, perché la discussione sull’intelligenza artificiale intreccia computer science, economia, finanza, geopolitica. Ma anche profonde questioni filosofiche alle quali è difficile dare una risposta netta: cos’è la verità? Dov’è la differenza tra un essere umano e una macchina? Nel modo di pensare? Nei valori che stanno dietro quei pensieri?E poiché la nostra vita già prevede una fusione quasi completa tra esseri umani e macchine, basti pensare al rapporto simbiotico che abbiamo con il nostro smartphone, cosa può succedere adesso che la tecnologia passa dalla fornitura di servizi all’elaborazione di contenuti e di pensieri che sono o almeno sembrano autonomi?Di tutte le cose che ho letto in questi mesi, la più illuminante è stata il libro La Scorciatoia - come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano pubblicato dal Mulino. Già il sottotitolo è notevole: l’intelligenza artificiale non per forza deve essere uguale a quella umana. L’autore è Nello Cristianini, professore di intelligenza artificiale all’università di Bath, nel Regno Unito. Il dibattito continua sulla newsletter Appunti, su Substack.
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      <pubDate>Mon, 03 Jul 2023 16:29:46 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:summary>L'intelligenza artificiale innescherà la nuova rivoluzione industriale? Porterà la specie umana all’estinzione? O è soltanto un’altra moda destinata a durare poco, come il Metaverso? Non è facile trovare le risposte, perché la discussione sull’intelligenza artificiale intreccia computer science, economia, finanza, geopolitica. Ma anche profonde questioni filosofiche alle quali è difficile dare una risposta netta: cos’è la verità? Dov’è la differenza tra un essere umano e una macchina? Nel modo di pensare? Nei valori che stanno dietro quei pensieri?E poiché la nostra vita già prevede una fusione quasi completa tra esseri umani e macchine, basti pensare al rapporto simbiotico che abbiamo con il nostro smartphone, cosa può succedere adesso che la tecnologia passa dalla fornitura di servizi all’elaborazione di contenuti e di pensieri che sono o almeno sembrano autonomi?Di tutte le cose che ho letto in questi mesi, la più illuminante è stata il libro La Scorciatoia - come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano pubblicato dal Mulino. Già il sottotitolo è notevole: l’intelligenza artificiale non per forza deve essere uguale a quella umana. L’autore è Nello Cristianini, professore di intelligenza artificiale all’università di Bath, nel Regno Unito. Il dibattito continua sulla newsletter Appunti, su Substack.
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        <![CDATA[L'intelligenza artificiale innescherà la nuova rivoluzione industriale? Porterà la specie umana all’estinzione? O è soltanto un’altra moda destinata a durare poco, come il Metaverso? <br><br>Non è facile trovare le risposte, perché la discussione sull’intelligenza artificiale intreccia computer science, economia, finanza, geopolitica. Ma anche profonde questioni filosofiche alle quali è difficile dare una risposta netta: cos’è la verità? Dov’è la differenza tra un essere umano e una macchina? Nel modo di pensare? Nei valori che stanno dietro quei pensieri?<br><br>E poiché la nostra vita già prevede una fusione quasi completa tra esseri umani e macchine, basti pensare al rapporto simbiotico che abbiamo con il nostro smartphone, cosa può succedere adesso che la tecnologia passa dalla fornitura di servizi all’elaborazione di contenuti e di pensieri che sono o almeno sembrano autonomi?<br><br>Di tutte le cose che ho letto in questi mesi, la più illuminante è stata il libro <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815299833">La Scorciatoia - come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano</a> pubblicato dal Mulino. <a href="https://substackcdn.com/image/fetch/f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff62b0050-498d-49fe-a6ec-c66d6b48fa87_400x616.jpeg"><br><br></a><br>Già il sottotitolo è notevole: l’intelligenza artificiale non per forza deve essere uguale a quella umana. L’autore è <a href="https://researchportal.bath.ac.uk/en/persons/nello-cristianini">Nello Cristianini</a>, professore di intelligenza artificiale all’università di Bath, nel Regno Unito. <br><br>Il dibattito continua sulla newsletter Appunti, su <a href="https://appunti.substack.com/">Substack</a>.<p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>Complotto o colpo di Stato? - Cosa è successo davvero in Russia con i mercenari Wagner</title>
      <link>https://www.spreaker.com/episode/complotto-o-colpo-di-stato-cosa-e-successo-davvero-in-russia-con-i-mercenari-wagner--55138290</link>
      <description>Il 24 giugno 2023 la brigata di mercenari russi Wagner si è ribellata al Cremlino e ha iniziato una marcia su Mosca poi interrotta all’improvviso. Per alcune ore, il potere di Vladimir Putin è sembrato vacillare. E di sicuro il presidente russo è uscito ammaccato dagli ultimi sviluppi.Tutti cercano di capirci qualcosa, io ne ho parlato con Matteo Pugliese, analista militare e strategico che è stato più volte a raccontare il conflitto, che ha fonti e competenze per aiutarci a decodificare l’evento più misterioso dall’inizio dell’invasione del 24 febbraio 2022.Matteo pugliese è autore di Kiev, occidente. Perché l’invasione russa ha rivoluzionato la guerra e gli equilibri in Europa (Ledizioni). Per leggere Appunti in versione newsletter: appunti.substack.com
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      <pubDate>Mon, 26 Jun 2023 15:30:55 -0000</pubDate>
      <itunes:episodeType>full</itunes:episodeType>
      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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      <itunes:subtitle>Il 24 giugno 2023 la brigata di mercenari russi Wagner si è ribellata al Cremlino e ha iniziato una marcia su Mosca poi interrotta all’improvviso. 

Per alcune ore, il potere di Vladimir Putin è sembrato vacillare. E di sicuro il presidente russo è...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>Il 24 giugno 2023 la brigata di mercenari russi Wagner si è ribellata al Cremlino e ha iniziato una marcia su Mosca poi interrotta all’improvviso. Per alcune ore, il potere di Vladimir Putin è sembrato vacillare. E di sicuro il presidente russo è uscito ammaccato dagli ultimi sviluppi.Tutti cercano di capirci qualcosa, io ne ho parlato con Matteo Pugliese, analista militare e strategico che è stato più volte a raccontare il conflitto, che ha fonti e competenze per aiutarci a decodificare l’evento più misterioso dall’inizio dell’invasione del 24 febbraio 2022.Matteo pugliese è autore di Kiev, occidente. Perché l’invasione russa ha rivoluzionato la guerra e gli equilibri in Europa (Ledizioni). Per leggere Appunti in versione newsletter: appunti.substack.com
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        <![CDATA[Il 24 giugno 2023 la brigata di mercenari russi Wagner si è ribellata al Cremlino e ha iniziato una marcia su Mosca poi interrotta all’improvviso. <br><br>Per alcune ore, il potere di Vladimir Putin è sembrato vacillare. E di sicuro il presidente russo è uscito ammaccato dagli ultimi sviluppi.<br><br>Tutti cercano di capirci qualcosa, io ne ho parlato con Matteo Pugliese, analista militare e strategico che è stato più volte a raccontare il conflitto, che ha fonti e competenze per aiutarci a decodificare l’evento più misterioso dall’inizio dell’invasione del 24 febbraio 2022.<br><br>Matteo pugliese è autore di <a href="https://www.ibs.it/kiev-occidente-perche-invasione-russa-libro-matteo-pugliese/e/9788855268950#:~:text=Kiev%2C%20occidente.,Ledizioni%20-%20Attualit%C3%A0%20e%20politica%20%7C%20IBS">Kiev, occidente. Perché l’invasione russa ha rivoluzionato la guerra e gli equilibri in Europa</a> (Ledizioni). <br><br>Per leggere Appunti in versione newsletter: <a href="https://appunti.substack.com/">appunti.substack.com</a><p> </p><p>Learn more about your ad choices. Visit <a href="https://megaphone.fm/adchoices">megaphone.fm/adchoices</a></p>]]>
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      <title>CHE FINE FARA' IL PD DI ELLY SCHLEIN - con David Allegranti - (episodio zero)</title>
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      <description>I giornali parlano così tanto delle vicende interne al Partito democratico che anche il lettore più motivato finisce per sentirsi sommerso dal flusso di informazione, non sempre rilevante, e saltare in blocco quelle pagine e quegli articoli. Eppure lo stato di salute del Pd, primo partito oggi di opposizione e sempre al governo nell'ultimo decennio, è cruciale per capire in che direzione va la democrazia italiana. Ora che ha una nuova segretaria Elly Schlein, le questioni lasciate in sospeso tanto a lungo dovranno essere affrontate, a cominciare dal rapporto con l'eredità di Matteo Renzi e con i Cinque stelle. Ne discuto con David Allegranti, uno dei più bravi giornalisti politici in circolazione, che ha indagato il Partito democratico nel suo nuovo libro appena uscito Quale Pd - Viaggio nel partito di Elly Schlein (Laterza). Questa è una puntata zero di Appunti, realizzata grazie alla infinita pazienza di David, per le prossime i problemi tecnici verranno risolti e la qualità dell'audio sarà migliore.
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      <pubDate>Wed, 14 Jun 2023 18:12:52 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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Eppure...</itunes:subtitle>
      <itunes:summary>I giornali parlano così tanto delle vicende interne al Partito democratico che anche il lettore più motivato finisce per sentirsi sommerso dal flusso di informazione, non sempre rilevante, e saltare in blocco quelle pagine e quegli articoli. Eppure lo stato di salute del Pd, primo partito oggi di opposizione e sempre al governo nell'ultimo decennio, è cruciale per capire in che direzione va la democrazia italiana. Ora che ha una nuova segretaria Elly Schlein, le questioni lasciate in sospeso tanto a lungo dovranno essere affrontate, a cominciare dal rapporto con l'eredità di Matteo Renzi e con i Cinque stelle. Ne discuto con David Allegranti, uno dei più bravi giornalisti politici in circolazione, che ha indagato il Partito democratico nel suo nuovo libro appena uscito Quale Pd - Viaggio nel partito di Elly Schlein (Laterza). Questa è una puntata zero di Appunti, realizzata grazie alla infinita pazienza di David, per le prossime i problemi tecnici verranno risolti e la qualità dell'audio sarà migliore.
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      <description>Questo è un trailer del nuovo podcast Appunti in lavorazione. Per farmi sapere cosa ne pensate, appunti@substack.com
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      <pubDate>Tue, 06 Jun 2023 12:03:04 -0000</pubDate>
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      <itunes:author>Stefano Feltri</itunes:author>
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